Amit Shah, il grande burattinaio al fianco di Modi

Amit Shah, 51 anni, è stato riconfermato presidente del Bharatiya Janata Party (Bjp). Personaggio assolutamente torbido e stratega rivoluzionario nella storia politica indiana recente, Shah viene comunemente descritto dalla stampa nazionale come il «poliziotto cattivo» al fianco di Modi. Il ruolo che gioca e giocherà nelle sorti della politica nazionale è centrale, ma relegato - a bella posta - a una posizione d'ombra, lontano dai riflettori della stampa internazionale, risulta semi sconosciuto all'opinione pubblica occidentale. E non è un caso.

Un anno fa, all'elezione di Shah a capo del Bjp, su questo blog tentavamo un ritratto sommario del fedelissimo di Narendra Modi, scommettendo che «l'era Modi-Shah, appena iniziata, sarà baciata da una longevità per il paese estremamente pericolosa».

A un anno di distanza, il secondo mandato di Amit Shah - riconfermato alla guda del Bjp presentandosi alle «elezioni» da solo - conferma il proseguimento di una rivoluzione lenta ma significativa nel panorama politico indiano.

A Shah vengono infatti attribuite delle caratteristiche eccezionali di organizzazione e gestione della macchina partita del Bjp, una delle due formazioni politiche (assieme all'Indian National Congress, Inc) che fa della presenza capillare «sul territorio» di tutto il paese la propria forza. Ma a differenza dell'Inc, costruito su una gerarchia dinastica affidata alla famiglia Gandhi, il Bjp si è sempre posizionato su lunghezze d'onda vagamente più «meritocratiche», premiando i gruppi d'influenza più efficaci col timone di un partito generalmente orientato a destra, identitario, hindu e panindiano.

In questo senso, l'affermarsi della coppia Modi-Shah alla guida del paese rappresenta una virata sostanziale della storia del Bjp verso le fattezze di un partito finalmente «moderno», attrezzato per competere sia all'interno dei confini indiani sia nell'agone della politica internazionale. E qui arriviamo al punto centrale, la dualità dell'India tra politica interna e politica estera.

I due aspetti, per chi li osserva dall'interno, non potrebbero sembrare più diversi, talvolta quasi speculari. Il linguaggio e le politiche interne sono assolutamente antitetiche rispetto all'India immaginata che, superficialmente, viene resa dalla stampa internazionale. Se all'esterno dei confini è utile proiettare un'idea di India «western friendly», un interlocutore affabile che potrebbe giocare un ruolo da mediatore nelle diatribe dell'area - questo si racconta, e qui si continua a dubitare - e fare sponda a manovre geopolitiche e commerciali di contenimento cinese, allora il Bjp è abile ad accentrare il carico di immagine tutto sul primo ministro Modi, presentato come l'amico buono dei potenti (Obama, Zuckerberg, Shinzo Abe, anche Nethanyahu) a capo di un paese dove i «vecchi problemi» sono stati tutti risolti ed è pronto a lanciarsi al vertice della politica internazionale - falsità, entrambe - entro i confini indiani le cose sono ben diverse.

All'elettorato locale, detto francamente, non frega assolutamente nulla degli equilibri internazionali, ma viene manovrato secondo princìpi assolutamente egoistici: ogni elezione locale è vissuta e combattuta al pari di una tornata elettorale nazionale, con delicate alchimie politiche e aritmetiche da considerare. Shah, in un anno di gestione del Bjp, ha saputo ottimizzare al massimo le potenzialità del partito, vincendo tutte le elezioni all'infuori di casi straordinari come New Delhi e Bihar, due stati dove il Bjp ha sempre faticato. E l'ha fatto omogenizzando il Bjp attorno ai valori dell'hindutva: identità hindu, demonizzazione delle minoranze religiose o etniche, azzeramento del «correntismo» che fino a qualche anno fa faceva convivere all'interno del partito una serie di gruppi di potere tenuti insieme più dall'opportunismo che dall'identità politica.

In questo bel ritratto pubblicato oggi sull'Indian Express si tocca il tema centrale del duo Modi-Shah: coltivare all'interno del Bjp una classe politica moderna, colta, «presentabile» e in grado di portare avanti l'agenda identitaria di destra senza dividersi in guerre intestine o lanciarsi in sproloqui cripto-fascisti gratuiti. In una parola: disciplina.

Il progetto palese è mostrare un'apparente divisione netta delle competenze: Modi, avvalendosi di una macchina della propaganda sopraffina, si deve occupare della promozione dell'India all'estero, sfilandosi da ogni polemica interna e utilizzando la propria immagine come continuo spot dell'India nel mondo (e via di abbracci, yoga, bagni di folla e operazioni di marketing); Shah, agendo nell'ombra, centellinando le comparsate pubbliche e tenendosi lontano dalla stampa, manovra i fili della politica nazionale, rimestando nel fango dell'estremismo hindu utilizzato per i fini del calcolo elettorale, sollevando dall'onere pubblico lo stesso Modi, che infatti sulle spinose questioni di multiculturalismo e scontri inter-comunitari si guarda bene dall'esporsi.

In realtà ogni singola decisione viene partorita dal duo Modi-Shah, attraverso il quale passa l'intera gestione del paese e del partito.

L'accoppiata è perfetta ed è destinata a entrare nella storia della politica nazionale, specie in un momento in cui, a livello federale, non esiste un'alternativa credibile per la guida del paese.

L'egemonia della coppia Modi-Shah è appena cominciata.

@majunteo

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