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Arundhati Roy e modelli culturali dimenticati

Arundhati Roy, scrittrice e attivista indiana molto nota anche all'estero, la scorsa settimana ha attaccato la figura del Mahatma Gandhi, accusandolo di aver appoggiato la discriminazione castale nel paese che, ancora oggi, rappresenta uno dei fardelli più pesanti del lascito culturale pre britannico. Polemiche a destra e a manca contro Roy, che alla fine però ha detto anche- forse riportate male o non riportate da tutti – delle cose condivisibili.


Partiamo da un virgolettato riportato dal Guardian, in cui Roy – durante un discorso alla Kerala University – avrebbe detto:


È tempo di svelare un po' di verità circa una persona la cui dottrina della non-violenza era basata sull'accettazione di uno dei peggiori e più brutale sistema gerarchici, il sistema castale...dobbiamo davvero intitolargli delle università?


Presa così, decontestualizzata, la dichiarazione di Roy appare un attacco a testa bassa gratuito contro l'Inattaccabile per eccellenza, in India. Di certo la forma è opinabile, poiché nell'evoluzione del pensiero di Gandhi l'approccio alle caste è andato ridimensionandosi (e se qualche accademico che legge questo blog volesse darci un contributo, la sezione commenti è sempre aperta).

Ma altrove, sui media indiani, qualcuno ha dato un filo più di profondità a tutta la vicenda. Sul The Hindu, ad esempio, si spiega che Roy ha criticato la predominanza della figura di Gandhi nel sentimento collettivo indiano contrapponendola alla sostanziale rimozione di altri personaggi storici contemporanei al Mahatma, attivisti per i diritti civili che portarono avanti lotte per i diritti dei lavoratori, dei dalit e delle donne decisamente più "radicali" e "di rottura" rispetto al padre della non-violenza.

Nel pezzo si citano due nomi, Ayyankali e Jyotirao Phule, figure delle quali personalmente ignoravo completamente l'esistenza. Sono andato a farmi un'infarinatura su Wikipedia e, in effetti, i due pare siano stati dei precursori in temi di diritti civili, dei pensatori talmente "avanti" da non essere riusciti a inserirsi nella narrazione collettiva dell'India indipendente.

In una misura di rimozione minore, si può fare lo stesso discorso con eroi dell'Indipendenza come Ambedkar e Bhagat Singh: idoli di una certa "controcultura" indiana ma, ancora una volta, troppo "di rottura", troppo distanti dal pensiero comune, troppo lontani dalle caratteristiche "indiane" - aderenza a un sistema di valori fondamentalmente religioso (hindu), non-violenza.

L'impressione, con tutta la tara da mettere a delle riflessioni fatte da un non accademico come il sottoscritto, è che la forza del pensiero gandhiano risieda proprio nell'essersi discostato non troppo dall'humus religioso hindu del paese. Il vocabolario, i riferimenti, le azioni e anche l'estetica del Gandhi che tutti abbiamo in mente (in modalità santone rinunciante), da un lato hanno dato alla lotta per l'Indipendenza una forma spiccatamente "indiana", come fosse un'evoluzione naturale di un pensiero autoctono (ripreso con varie declinazioni nazionaliste sia dal Congress che dal Bjp); ma dall'altro, rifiutando la rottura definitiva col sistema di valori hindu, ha impantanato il percorso – auspicabile e incompiuto – del paese verso una serie di riforme del pensiero in tema di diritti degli ultimi, diritti delle donne (e condizione della donna), "diritto all'incazzatura", diritto alla costruzione di una vera base laica sul quale costruire un concetto di India realmente laico e pluralista.

È roba complicata e possiamo andare avanti all'infinito, ma la selezione dei modelli su quali l'India del futuro – schiacciata ora da un'ondata di bigottismo nazionalista pericolosissima – è una discussione che il paese credo debba affrontare al più presto.

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