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Benvenuti nella città più inquinata della Terra

Da qualche giorno qui a New Delhi abbiamo girato il giorno x del meteo: le temperature sono scese, oscillando tra 20 di minima e 30 di massima, spettro accettabilissimo che permette di non accendere nemmeno più il ventilatore. Il primo giorno a pale ferme, in questa casa il 31 ottobre, è stato tutto un complimentarsi con amici e conoscenti per la missione compiuta: un'altra estate è andata, siamo ancora più dei survivors dell'Asia Meridionale. Ma sono bastate una cinquantina d'ore per rendersi - di nuovo - conto che la città dove viviamo, la capitale di questa Incredible India, è pur sempre un inferno di smog. E quando diciamo inferno lo intendiamo per davvero.

Chi scrive gode dell'estremo lusso di poter lavorare da casa, evitando esposizioni obbligatorie all'aria delle arterie stradali di New Delhi per raggiungere il posto di lavoro. Il che significa, e chi legge qui da New Delhi lo sa bene, rinchiudersi in un cubicolo metallico aperto chiamato riksha ed entrare in una nuovola di aria rarefatta sostituita dalle peggiori porcherie aero-trasmesse sul pianeta Terra. Il paragone più calzante che mi viene, per rendere l'idea, è: immaginate di vivere, per mesi, in una di quelle smoking area degli aeroporti, però con le ventole non funzionanti e la porta che si apre molto, molto raramente.

Non so quanto di scientifico ci sia in questa prossima affermazione, ma ritengo che il corpo umano abbia la capacità di adattarsi alle condizioni dell'aria: ci si abitua a respirare «un po' meno», quasi a polmoni socchiusi, e se chi arriva da fuori New Delhi in aereo si rende immediatamente conto che l'atterraggio viene effettuato all'interno di un'enorme nube giallastra che ricopre tutta la città, chi in quella nube ci vive, dopo un po', si abitua.

Quello a cui ci abituiamo, però, a leggerlo fa un po' paura. Un articolo del Times of India di qualche giorno fa, grazie a un'infografica fin troppo esplicativa, mostrava come nel giro di due giorni la qualità dell'aria di New Delhi sia scesa a picco.

Nella scala di concentrazione di PM 2,5 nell'aria, siamo passati dai 201 microgrammi per metro cubo del 31 ottobre ai 298 del 2 novembre. Che ai non addetti ai lavori dirà poco, ma basta pensare che negli stessi giorni, nella medesima scala, Roma oscillava tra i 53 e i 60.

298 significa essere entrati nella fascia «very low» della qualità dell'aria respirata. Una fascia all'interno della quale viene detto ai bambini di non stare all'aperto se non strettamente necessario.

Il Times of India sostiene che il crollo della qualità dell'aria sia dovuto a un mix di sfortunate coincidenze: l'abbassamento delle temperature, che blocca vicino alla superficie terrestre le particelle inquinanti, e i falò di stoppia (imparo ora, «residui di coltura erbacea») che, guardando le foto satellitari della Nasa, stanno incendiando il Punjab. Tutto.

Nessuna emergenza roghi, bensì la pratica comune alla maggioranza di agricoltori del Punab di bruciare la stoppia e sbarazzarsene senza passare attraverso le procedure governative che imporebbero un processo di sminuzzamento e smaltimento meno inquinante. Procedure che, come dire, non sembrano aver convinto gli agricoltori, che preferiscono delinquere (fare questi falò è reato, in Punjab) e liberarsi di un problema nel modo più immediato possibile.

La stessa forma mentis che spinge migliaia di persone, qui a New Delhi, a fare mini falò per strada e bruciare cartacce e rifiuti di varia natura. A questo aggiungiamo le emissioni nocive di fabbriche, automobili, riksha, camion, autobus, più tutti i residui polverosi rilasciati nell'aria da tutti i cantieri (più o meno legali) che smembrano la città nella sua interezza e il gioco della città più inquinata del mondo è fatto.

A questo punto del pezzo dovrei inserire tutte le possibili misure da mettere in atto per invertire la tendenza: diminuire le macchine in giro per la città, costruire meno, fare maggiori controlli sugli agricoltori del Punjab. Ma come si fa a dire a un popolo che da anni viene bombardato da sogni di grandezza - comprate comprate comprate, costruite costruite costruite - che forse no, forse non è il caso di comprare comprare comprare, costruire costruire costruire così? E infatti non lo si dice, di inquinamento se ne parla pochissimo, rimane un problema da primo mondo, come si scriveva qui quasi un anno fa.

E la chiusa di quasi un anno fa, considerando che nulla è cambiato se non forse in peggio, vale anche per oggi.

Siamo al solito problema delle due Indie: una minoranza (20 per cento?) che sta bene o benissimo ed è nella posizione di preoccuparsi per la propria salute; un'altra enorme che vuole prima di tutto stare come gli altri, poi al limite si penserà a come farlo nel modo più salubre possibile.

I passi vengono fatti tutti,: la politica inizia a parlare di energie alternative, stringe accordi per spingere sul solare, promette di ripulire i fiumi indiani (missione monstre, per chi abbia mai visto un fiume indiano) tralasciando molti dettagli, e la buona notizia è che finalmente di inquinamento si inizia a parlare.

Il timore è che sia troppo tardi e che la velocità del potenziale inquinante del paese - inevitabile, in una campagna di realizzazioni di infrastrutture e nuovi poli industriali in un'India che ancora si nutre di energia proveniente dal carbone per oltre il 60 per cento del fabbisogno - sia di gran lunga superiore alla viralità della consapevolezza di pratiche quotidiane più salubri. E siccome per crescere bisogna inquinare - e la missione di Modi per la sua India è quella di crescere il più in fretta possibile - allora il gioco è fatto.

Prima cresciamo, poi vediamo cosa si può fare per l'inquinamento.

@majunteo

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