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Che fatica star dietro a Modi

Lunedì sera il governo di Delhi ha fatto saltare i colloqui bilaterali tra i foreign secretaries (massima carica diplomatica, nominato dal Ministero degli Esteri) di India e Pakistan, previsti per il prossimo 25 agosto ad Islamabad. Pretesto: l'high commisioner pakistano a Delhi ha preso un thé con Sabir Shah, uno dei leader separatisti kashmiri indiani del gruppo Hurriyat, che raccoglie gran parte delle sigle separatiste kashmire.

Interpretare questo irrigidimento "improvviso" è un'impresa, visto il caos che domina i rapporti tra i due vicini e, in questo momento, anche i rispettivi ambienti politici locali. La stampa indiana ha quasi unanimemente condannato la scelta dell'intransigenza imposta – pare – da Modi in persona, descrivendola come uno sfoggio di muscoli deleterio che non aiuta il processo di normalizzazione dei rapporti tra i due paesi.

I colloqui indo-pakistani, secondo gli osservatori moderati, sono l'unico strumento a disposizione per cercare una soluzione definitiva che comprenda un cessate il fuoco lungo la linea di controllo in Kashmir, una controllo maggiore sulle forse terroristiche attive in Pakistan e tutti i giovamenti economici che una normalizzazione comporterebbe.

La situazione deve essere analizzata da due lati, pakistano e indiano, e per manifesta incapacità di analisi d'insieme dell'aria che tira a Islamabad, per il Pakistan qui ci limitiamo solo ad elencare un po' di avvenimenti recenti.

Imran Khan, ex stella del cricket leader del partito d'opposizione Pakistan Tehreek-e-Insaaf, e Tahirul Qadri, mullah sufi che nel gennaio del 2013 aveva guidato una protesta di piazza oceanica (della quale avevo parlato un po' qui), in questi giorni stanno protestando coi rispettivi sostenitori chiedendo le dimissioni del premier Nawaz Sharif.

La Corte di Lahore, sabato scorso, aveva ordinato l'imputazione per omicidio di Sharif, del fratello e di altre 19 persone, ipotesi di reato relativa agli scontri che lo scorso giugno hanno interessato le forze armate governative e i sostenitori del mullah Qadri: morirono 14 persone.

Sharif, che non ha alcuna intenzione di dimettersi, è decisamente indebolito e quindi si può ipotizzare che Modi abbai deciso di sferrare il colpo rilanciandosi in patria come leader muscolare, strizzando l'occhiolino agli estremisti delle Rss. Il pretesto è, infatti, abbastanza marginale: è consuetudine che, prima di colloqui ufficiali indo-pakistani, il Pakistan incontri informalmente esponenti di Hurriyat, coi quali occorre trovare una sponda – anche in via non ufficiale – se si vuole sbrogliare la matassa kashmira. Questi inviti a prendere il thé erano sempre passati sotto silenzio, ma stavolta Modi, in qualità di primo ministro, non ha abbozzato.

Come da titolo, rimane difficilissimo star dietro a Modi, anche perché di Modi in questi pochi mesi di governo abbiamo visto molte sfaccettature contrastanti: il leader illuminato e "di tutti", pronto a sobbarcarsi l'onere politico di riforme storiche e di una svolta positiva nei rapporti coi vicini; l'arringatore di folle provocatorio, come quello che la scorsa settimana in un comizio in Ladakh ha attaccato il Pakistan che "non è in grado di sostenere un conflitto con l'India" e quindi ricorre alla "proxy war", ovvero facendo fare ai terroristi quello che il governo non è in grado di fare (o meglio, nel Modi-pensiero, non ha le palle di fare), attaccare l'India; il primo ministro silenzioso davanti ai continui appelli intransigenti provenienti dalle fila dell'estremismo hindu, con Mohan Bhagwat (Rss) a ribadire che l'India è il paese degli hindu e basta...

L'impressione è che Modi si trovi in difficoltà con le frange più estremiste del suo elettorato (o meglio, dei suoi "grandi elettori", i capoccia di Rss et similia) e, di tanto in tanto, si senta in dovere di rassicurare quella fetta di opinione pubblica: attaccare il nemico storico pakistano, in questo senso, consolida i consensi ma, notano in molti, rischia di far deragliare il lento ma costante processo di normalizzazione tra India e Pakistan.

Rimane da valutare quale, tra i due obiettivi, sia più caro al primo ministro indiano.

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