Come NON fare un concerto per il Kashmir

Sabato scorso il famoso direttore d'orchestra indiano Zubin Mehta ha tenuto un concerto "per il Kashmir" nei giardini di un palazzo Moghul del XVIII secolo a Srinagar, capitale del Kashmir. A cosa sia servito questo evento, organizzato dall'ambasciata tedesca, i kashmiri se lo stanno ancora chiedendo.

Da alcuni mesi la situazione in Kashmir - già di per sé turbolenta - è peggiorata sotto i colpi di mortaio e gli scontri a fuoco tra l'esercito indiano e quello pakistano, che dal 1948 si fronteggiano lungo la Linea di Controllo, senza contare le violenze tra musulmani e hindu, il tutto in una sostanziale militarizzazione del territorio.

L'Ambasciatore tedesco Michael Steiner, apparentemente folgorato dalla necessità di mandare un forte segnale di pace, si incarica di organizzare un concerto di musica classica, coinvolgendo gli 80 elementi della Bavarian State Orchestra e il direttore d'orchestra Mehta (di etnia Parsi, nato a Mumbai 77 anni fa e per decenni in giro per il mondo a dirigere orchestre in Israele, Spagna e Italia, tra le altre).

Note tecniche del "concerto per il Kashmir": misure di sicurezza eccezionali, biglietti gratis solo ad invito, inizialmente aperto solo a 1500 spettatori, allargato poi man mano fino ad una capienza di 2700 persone.
I kashmiri, specie gli indipendentisti, criticano l'appoggio istituzionale accordato dal chief minister Omar Abdullah - giovane politico senza peli sulla lingua dell'Indian National Congress - e l'entusiasmo di Mehta che, ai loro occhi, prestandosi a un simile evento andava automaticamente a legittimare l'occupazione militare portata avanti dal governo di Delhi, mettendo in piedi uno spettacolo elitario destinato non al popolo kashmiro ma ai potenti di turno e ai loro amici.

I contorni del concerto pare non fossero molto chiari nemmeno all'orchestra bavarese, che per voce del proprio manager ha dichiarato a Reuters di non essere stata messa al corrente della natura dell'esibizione, men che meno del tipo di platea per la quale avrebbe suonato. Convinti di esser stati chiamati per un concerto per il popolo, i membri dell'orchestra avevano accettato di buon grado di suonare gratis - spese di vitto e alloggio coperte dall'Ambasciata - salvo poi trovarsi davanti a migliaia tra personale diplomatico, funzionari del governo, star di Bollywood e dell'India Inc., politici, capi dell'esercito e quadri della polizia locale. Tutti tirati a lucido e con l'abito da festa, calati come avvoltoi per accaparrarsi gli inviti all'evento più esclusivo della stagione, forse il consesso più posh della storia del Kashmir dal 1947 ad oggi.

Mentre nei pressi del palazzo imperiale - trasformato in "fortezza", con tre blocchi di sicurezza concentrici e un dispiego di forze armate inedito - veniva imposto il coprifuoco, Mehta e la Bavarian State Orchestra presentavano in scaletta composizioni di Beethoven, Haydn e Tchaikovsky, non prima di un breve medley di musica tradizionale kashmira, quel tocco di esotico che tanto piace.

Sul palco Mehta si è detto emozionato di suonare finalmente in Kashmir, "un sogno che diventa realtà", mentre l'ambasciatore Steiner ha allietato il pubblico recitando a braccio versi del poeta kashmiro Habba Khatun e del poeta tedesco Ranier Maria Rilke. Cinque ore prima, negli scontri tra i militanti indipendentisti e le forze speciali governative, morivano quattro persone.

Il leitmotif della serata è stato il potere di emanare la pace della musica, rifacendosi - non esplicitamente - a precedenti celebri come il concerto di Natale del 1989, con Leonard Bernstein a dirigere una filarmonica composta da musicisti della Germania Est ed Ovest davanti al muro di Berlino, o se vogliamo al Concert for Bangladesh del 1971, organizzato da George Harrison e Ravi Shankar al Madison Square Garden di New York.

Ma se Bernstein sublimava in musica la fine di un conflitto storico e l'unione ritrovata di un popolo, mentre Harrison - già nel periodo mistico hare krishna - riuscì a devolvere in una sola data ben 250mila dollari per il Bangladesh martoriato dalla guerra d'indipendenza dal Pakistan (fondi amministrati poi dall'UNICEF), il senso dello show fortemente voluto da Steiner non è andato oltre l'inutile, se non deleterio, sfoggio di ego.

Povero Kashmir, poveri kashmiri, povera musica.

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