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Come va la libertà d'espressione in India? Male!

Messenger of God è un film indiano di prossima uscita nelle sale del paese. Riformulo: Messenger of God è un – probabilmente – pessimo e grottesco film realizzato, diretto e interpretato da Saint Gurmeet Ram Rahim Singh, capo della setta di stampo hindu Dera Sacha Sauda con sede in Haryana e un discreto numero di fedeli al seguito. Ri-riformulo: Messenger of God è un solenne automarchettone sponsorizzato dall'ennesimo guru cialtrone indiano che, inizialmente, era stato bloccato dal Censor Board for Film Certification (Cbfc) indiano; poi ha vinto il ricorso in tribunale e presto verrà distribuito.

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Bene, ora parliamo di libertà d'espressione in India.

Partiamo però dal trailer del film, per dare piena misura della pena che fa affrontare il tema della libertà d'espressione in India partendo da una pellicola simile.

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Il protagonista del film è lo stesso Ram Rahim Singh – un po' Chewbecca, un po' B.A. Baracus – che si auto descrive come messaggero del Divino (Bhagwan, in hindi), con movenze tipiche dell'eroe buono di Bollywood che prende a manate i cattivi.

Ogni pellicola che si distribuisce qui in India deve passare al vaglio del Cbfc, l'organo censore dell'intrattenimento indiano, che decide di volta in volta se dare via libera alla trasmissione, se operare tagli, se bloccare tutto. Le decisioni, tecnicamente, vengono prese considerando la tutela delle varie sensibilità del paese, tenendo a mente un ventaglio di segmenti della popolazione che va dai fedeli hindu ai musulmani, dai conservatori ai progressisti, dagli attivisti per la libertà sessuale ai bigotti che li prendono a sprangate e via dicendo.

Il Cbfc, guidato da Leela Samson, aveva reputato la pellicola non meritevole di essere distribuita poiché opera che promuove la "superstizione", cioè che esalta l'aderenza acritica a presunti messaggi spirituali veicolati da Ram Rahim Singh. Il guru, appresa la decisione, ha fatto ricorso legale e stranamente, nel tempo record di una sola settimana, i giudici hanno ribaltato lo stop del Cbfc. Il film sarà presto distribuito nelle sale.

Scavalcati dalla giustizia indiana, i censori del Cbfc hanno rassegnato in massa le proprie dimissioni, denunciando pressioni e corruzione operate dal potere politico nei confronti dell'organo istituzionale.

Il fatto, pur sempre nella sua realtà grottesca, fa emergere una delle contraddizioni più lampanti della contemporaneità indiana: la convivenza difficoltosa di due Indie.

Una decisamente laica, secolare, capace di scindere la propria sensibilità personale (quel film è uno schifo / mi offende, non vado a vederlo) dal diritto di tutti alla libertà d'espressione; e un'altra, nella quale si annoverano bigotti di varia estrazione sociale e religiosa, che tende a imporre la propria visione delle cose a tutti gli altri (quel film secondo me è uno schifo / mi offende, non deve vederlo nessuno).

Il problema, comune a tutte le latitudini del globo, è il secondo gruppo, che qui in India ha la capacità di mobilitare letteralmente migliaia di persone a difesa del "diritto a non sentirsi offesi". "Diritto" che viene garantito calpestando il diritto degli altri di dire, disegnare, cantare, vedere un po' quello che gli pare.

Quando un gruppo considera offesa la propria sensibilità, tende a esprimere il proprio scontento ricorrendo all'uso della violenza becera, accendendo micce di risentimento inter-comunitario che – coi numeri di cui parliamo quando parliamo di India – possono avere conseguenze letali.

La scelta di campo delle autorità, in questo senso, è quella di prevenire disordini pubblici nell'illusione utopistica di poter fare sempre tutti contenti operando dei tagli o delle proibizioni censorie a svariate opere d'arte o di intrattenimento.

Sotto scacco perenne del risentimento pubblico, la libertà d'espressione in India deve fare sistematicamente i conti con l'attivismo violento di frange estremiste, come nel recente caso di PK, commedia di Amir Khan con velata critica al cieco devozionismo di molte religioni, osteggiata fisicamente da militanti ultranazionalisti hindu che hanno fatto picchetti fuori dai cinema, distrutto cartelloni pubblicitari, minacciando un'escalation di violenza scongiurata solo dall'intervento delle forze dell'ordine.

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Al Cbfc l'ingrato compito di misurare ogni volta il rischio di censurare o non censurare una gamma di film che comprende opere impegnate com quelle di Deepa Metha (come Fire, film sulla relazione clandestina lesbo di una moglie con la "maid" di famiglia, girato in Sri Lanka dopo che i set a Varanasi furono distrutti da squadracce della Sangh) fino a "cagate pazzesche" come il suddetto Messenger of God, che comunque pare possa avere una sua nicchia di estimatori.

Le esplosioni di violenza vengono sempre strumentalizzate da questa o quella parte politica, specie ora che nel paese governa un Bharatiya Janata Party (Bjp) che si dice ora "moderno e laico", ma chiamato giornalmente a rispondere ai gruppi estremisti hindu (i fascisti indiani, che hanno sostenuto e sostengono il Bjp) impegnati in un'hinduizzazione coatta della Repubblica indiana a discapito delle minoranze religiose, etniche, castali, atei, agnostici, progressisti, artisti, intellettuali.

Nota - Non che la precedente amministrazione dell'Indian National Congress brillasse per garanzia di libertà d'espressione: censurarono – tra le altre, vado a memoria – i Versi Satanici di Salman Rushdie, una biografia romanzata non autorizzata di Sonia Gandhi,  e non fu in grado di proteggere il pittore M.F. Husain, attaccato dagli estremisti hindu per aver realizzato una serie di dipinti raffiguranti dee hindu nude, costringendolo all'autoesilio.

E arriviamo al nocciolo del problema: come si dovrebbe porre lo Stato rispetto alla libertà d'espressione?

È vero che nel mondo ideale in cui siamo tutti Charlie, la libertà d'espressione non dovrebbe incontrare nessun ostacolo o minaccia fisica, rivendicando per ciascuno di noi il diritto di dissentire (quel film / quel libro / quell'opera mi offende, e lo dico) riconoscendo la libertà altrui di esprimere un'idea diversa.

Ma che si fa quando sulle permalosità della popolazione si gioca la vita della gente, quando la chiamata alle armi arriva anche da una politica senza scrupoli, quando in nome della propria sensibilità si organizzano pogrom o attentati ai danni di minoranze spesso inermi?

Ci vorrebbe una massiccia opera di educazione civica nazionale, ma chi ha l'interesse a farlo? E soprattutto, quanto tempo occorrerebbe avendo a che fare coi numeri e le macroscopiche ineguaglianze del subcontinente in termini di istruzione, welfare, condizioni di vita?

Come si fa a dare l'ok a qualsiasi opera d'arte quando ci sono per le strade gruppi armati organizzati in squadroni parafascisti che solo una manciata di anni fa hanno raso al suolo una moschea a mani nude credendo che sotto ci fossero i resti del luogo di nascita del dio Ram? Che hanno massacrato migliaia di persone in pogrom anti-musulmani?

Io una risposta non ce l'ho, e sono contento di non dover prendere decisioni simili. Ma chi governa questo paese – questo come altri – una risposta la deve trovare. Magari più consistente dell'hashtag #jesuisCharlie.

@majunteo

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