Contro gli studenti l'India mostra il suo profilo peggiore: quello destro

La repressione degli studenti della Jawaharlal Nehru University (Jnu) è diventata a tutti gli effetti un caso internazionale, mostrando al mondo il lato più inquietante della Repubblica indiana. In 15 giorni giornalisti, politici, avvocati, simpatizzanti e poliziotti vicini alla destra hindu al governo hanno dimostrato l'imbarazzante facilità con la quale in India è possibile agire valicando i limiti della legge, dell'etica e della democrazia. A rimetterci, gli studenti di Jnu e il simbolo dell'India pluralista e democratica bersaglio dell'autoritarismo ultranazionalista.

Le ultime due settimane sono state molto dolorose per chi segue, studia e - opzionale? - ama questo paese. L'India delle contraddizioni si è manifestata in tutta la sua violenza istituzionale contro gli studenti dell'ateneo di Jnu, ateneo sinonimo di avanguardia e progressismo, demonizzati da governo e media poiché hanno osato esprimere critiche alla vulgata nazionalista così tanto sponsorizzata dal Bharatiya Janata Party (Bjp) di Narendra Modi.

In seguito all'entrata in azione della polizia di New Delhi lo scorso 12 febbraio, che entrando nel campus di Jnu ha arrestato il leader del sindacato degli studenti Kanhaiya Kumar, è stato un susseguirsi di eventi sconcertanti ai quali noi osservatori assistiamo sostanzialmente inermi, mentre nel paese lo scontro tra le due anime dell'India si fa sempre più nitido: da un lato, l'India revanscista e ultranazionalista hindu vicina al Bjp; dall'altra, l'India progressista e aperta di (alcuni) intellettuali, (alcuni) giornalisti e (alcuni) studenti.

In mezzo, Kanhaiya Kumar, il giovane leader studentesco che oggi sconta il suo dodicesimo giorno di detenzione basato su prove traballanti (e in gran parte false, come spiegherò sotto), e Umar Khalid, altro leader studentesco - nome musulmano, ma autoproclamatosi pubblicamente «ateo e comunista» - tra gli organizzatori dell'evento del 9 febbraio in memoria del «terrorista» Afzal Guru sentenziato a morte tre anni fa.

Pestaggi mentre in custodia e video contraffatti

Kumar, con ogni probabilità, è stato arrestato dalla polizia di New Delhi - dietro indicazione del ministero degli interni centrale, guidato da Rajnath Singh, ex membro della sigla ultranazionalista paramilitare Rashtriya Swayamsevak Sangh (Rss) - per un terribile errore di calcolo. Nella foga di dare in pasto all'opinione pubblica un nome, una faccia attorno alla quale far montare lo sdegno contro gli studenti «anti nazione», gli agenti hanno preso in custodia il leader studentesco (di sinistra) credendo fosse stato lui a pronunciare quegli slogan «anti India» (come «Pakistan zindabad!») durante la manifestazione del 9 febbraio.

Almeno così emergeva da un video diffuso dalle emittenti nazionali Zee News, Times Now e NewsX, in cui si vedeva e sentiva Kumar urlare le frasi incriminate davanti a un gruppo di studenti. Il video è stato portato come prova per giustificare l'arresto e l'accusa di «cospirazione» e «sedizione» (fino a 10 anni di detenzione) da parte delle forze dell'ordine.

Qualche giorno dopo, l'emittente Abp ha smentito le emittenti concorrenti, mostrando come il video fosse stato in realtà modificato, mostrando la versione originale in cui Kumar non pronunciava alcuna frase considerabile «anti indiana».  Emersa la verità, uno dei producer di Zee News si è dimesso confermando la manipolazione del documento.

Nel frattempo, cavalcando l'onda del «dagli all'anti-nazionale», quando Kumar è stato portato di fronte ai giudici della Patiala House - uno dei fori di New Delhi - è stato aggredito assieme a giornalisti, professori e studenti presenti per portare solidarietà al proprio compagno. L'aggressione, apparentemente estemporanea e non premeditata, era stata compiuta da un gruppo di avvocati vicini al Bjp, derubricata inizialmente come una falla nel sistema di protezione della polizia cittadina.

Un'inchiesta di India Today pubblicata nei giorni scorsi ha portato alla luce dettagli ben più preoccupanti: secondo quanto raccontato dagli stessi avvocati responsabili della rissa - in presenza di telecamere nascoste - l'aggressione sarebbe stata non solo premeditata, ma avrebbe avuto anche un seguito «a porte chiuse», sotto gli occhi della polizia. Kumar sarebbe stato malmenato per tre ore, senza che la polizia intervenisse, fino a farlo «pisciare sotto».

Kumar, evidentemente non al sicuro nelle mani della polizia indiana, ha visto rigettare la propria richiesta di libertà su cauzione per ben due volte; ci riproverà il prossimo 29 febbraio, al 17esimo giorno di detenzione senza uno straccio di prova.

Terrorista musulmano cercasi: la demonizzazione di Umar Khalid

Umar Khalid, ex membro del collettivo studentesco maoista Democratic Students' Union (Dsu) - dal quale è fuoriuscito per «diversità ideologiche» - figura tra gli organizzatori dell'evento del 9 febbraio. Dopo l'arresto di Kumar, Khalid è sparito dalla circolazione, lasciando campo libero ai media nazionali di cucirgli addosso i vestiti del terrorista dormiente nel ventre democratico della capitale.

In una settimana Khalid - musulmano - è stato descritto come un terrorista islamico vicino alle organizzazioni estremiste pakistane (Lashkar-e-Taiba) e kashmire, in contatto coi leader del terrore islamico internazionale, che avrebbe incontrato di persona in due viaggi in Pakistan.

Il padre di Khalid, residente a New Delhi, ha rilasciato un'intervista al quotidiano Indian Express, spiegando che il figlio Umar non è assolutamente musulmano, nonostante il resto della famiglia lo sia, e da anni si proclama «ateo e comunista», scatenando tra l'altro liti in famiglia. Inoltre, Khalid sarebbe sprovvisto di passaporto, rendendo quindi impossibile i paventati viaggi in Pakistan.

Alcuni giorni fa Khalid è riapparso all'interno del campus di Jnu - assediato dalla polizia, alla quale questa volta le autorità universitarie hanno vietato di entrare per arrestare altri dieci studenti - pronunciando un discorso intorno alla mezzanotte di due giorni fa davanti ai gradini dell'Admin Block, il centro della mobilitazione studentesca a Jnu.

Nella notte di martedì 23 febbraio, Umar Khalid e Anriban Bhattacharya - dopo aver dormito per giorni nei corridoi dell'ateneo, in pubblico, così che il loro eventuale arresto fosse documentabile e sotto gli occhi dell'opinione pubblica, si sono consegnati alle forze dell'ordine di New Delhi: ora affronteranno in tribunale le accuse di «sedizione» e «cospirazione», che entrambi negano riaffermando il diritto al dissenso e alla libertà d'espressione in India.

Solidarietà internazionale e lo spettro del fascismo

Il caso Jnu è di certo lo scandalo più grave nel quale sia incorso il governo Modi negli ultimi (quasi) due anni di governo. Mentre la maggioranza insiste sulla necessità di riaffermare il primato della Nazione sui giovani dissidenti di Jnu, a livello internazionale decine di atenei e professori si sono schierati dalla parte degli studenti di Jnu, organizzando manifestazioni di solidarietà dall'Europa agli Stati Uniti. Per raccogliere gli attestati di solidarietà, coordinare le attività di protesta e informare sugli sviluppi del caso, gli studenti di Jnu hanno aperto un'apposita pagina Facebook: Stand With Jnu.

Nella vicenda è intervenuta anche Amnesty International, che con un comunicato dello scorso 17 febbraio ha denunciato la repressione di stato contro la libertà d'espressione del sistema universitario indiano.

Sia in India che all'estero si fa più concreto il timore di un'avanzata del fascismo nel paese, rappresentato da un esecutivo a trazione ultranazionalista deciso a reprimere ogni forma di dissenso.
È vero che le parole sono importanti, ma se c'è una minaccia fascista in India - appoggiata da una parte dei media, della polizia e della politica - c'è anche una resistenza fatta di giovani studenti, giornalisti coraggiosi e intellettuali pronti a difendere, usando le parole della professoressa e femminista Nivedita Menon, «l'anima dell'India» dalla deriva autoritaria.

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@majunteo

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