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Contro l'egemonia della lingua hindi

La scorsa settimana il governo centrale di Delhi è "inciampato" in un grande misunderstanding generale, ordinando che nelle comunicazioni sui social network di carattere ufficiale le amministrazioni locali avrebbero dovuto prediligere l'utilizzo della lingua hindi e, in seconda istanza, quella inglese (le due lingue ufficiali della Repubblica indiana). Al sud, dove la popolazione ha un conto aperto con l'imposizione della lingua hindi sin dal periodo pre Indipendenza, sono insorti un po' tutti.


A parziale discolpa del nuovo governo Modi c'è da rilevare che venerdì è stata diramata un'ulteriore nota informativa, a specificare che l'invito era rivolto ai cosiddetti stati di categoria A, ovvero quelli dove la lingua più parlata è la hindi. Ma poco cambia la sostanza, con un'opposizione ultrasensibile ad episodi che possano esemplificare – come in questo caso, secondo i detrattori di Modi – la volontà del nuovo governo in carica di egemonizzare il paese sotto i vari aspetti del nazionalismo hindu, contro i principi di pluralità e difesa della gigantesca varietà culturale del paese.

Il magazine online Scroll.in oggi ha pubblicato un'interessante panoramica sull'orizzonte linguistico indiano: secondo il censimento del 1971 in India si parlano e/o scrivono 1652 lingue diverse; la Costituzione elenca al momento 22 lingue "riconosciute", tra le quali la hindi e l'inglese (edit: l'attentissimo Hagi mi ha fatto notare che l'inglese non è tra le 22 dell'elenco) sono le uniche due dal respiro nazionale: teoricamente, dovrebbero parlarsi in tutto il paese.

Ma la realtà dei fatti è molto più peculiare: nell'India centro-settentrionale vige una sorta di multilinguismo effettivo, dove la conoscenza della hindi e quella – spesso approssimativa nelle classi medio-basse – dell'inglese si affianca alla lingua di uso corrente che varia di territorio in territorio: gujarati in Gujarat, bengali in Bengala Occidentale, punjabi in Punjab, bhojpuri in Bihar e via via scendendo con marathi, kannada, telugu etc. Virtualmente, ogni stato ha una propria lingua corrente.

In Tamil Nadu la questione linguistica è particolarmente sentita: dalla prima metà del secolo scorso, quando si doveva decidere di quali lingue ufficiali dotare la neonata Repubblica indiana, l'opposizione alla lingua hindi in Tamil Nadu si tramutò in proteste violente di piazza, per quella che veniva considerata un'ingerenza indebita, un attacco all'orgoglio dravidico, il ceppo dal quale proviene la popolazione autoctona dell'India meridionale che, prima della creazione, con la lingua hindi non aveva nulla a che fare: si parlava (e si parla oggi) tamil e, soprattutto, la hindi è poco diffusa anche nella classe media. I giovani indiani del sud, in virtù di una legge del 2006, non possono nemmeno imparare la hindi alla scuola dell'obbligo: in tutto lo stato non si insegna, lasciando spazio a tamil e/o inglese. Questa misura si aggiunge al tradizionale boicottaggio del principale veicolo di omologazione linguistica – il cinema di Bollywood – sostituito da una floridissima produzione cinematografica parallela: quella di Kollywood, con gli studi situati nel quartiere di Kodambakkam a Chennai.

Toccando un nervo scoperto, il governo Modi è stato inondato di comunicati di protesta dai principali leader politici tamil – il leader di opposizione del Dmk Karunanidhi e, a ruota, la chief minister Jayalalithaa dell' Aiadmk – decisi a difendere l'opposizione storica all'hindizzazione del territorio.

In definitiva, il comunicato del governo centrale è sostanzialmente innocuo, ma la paura diffusa che Modi, forte del consenso raggiunto, possa iniziare a spingere sull'acceleratore rispetto all'hinduizzazione del paese nei vari aspetti linguistici, culturali e religiosi fa sì che tutti si stia molto in allerta.

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