Corte internazionale di giustizia: pena di morte per la spia indiana in Pakistan deve essere sospesa

Nel braccio di ferro tra New Delhi e Islamabad, per effetto di una petizione indiana, è intervenuta la Corte internazionale di giustizia dell'Aja. La pena di morte decretata dal Pakistan per la «presunta spia» indiana Kulbhushan Jadhav deve essere sospesa e, secondo l'India, l'arresto di Jadhav è da considerarsi interamente illegale.

In risposta a una petizione arrivata dal governo indiano lunedì 8 maggio, martedì 9 maggio la Corte internazionale di giustizia dell'Aja si è pronunciata sul caso di Kulbhushan Jadhav, accusato dal Pakistan di essere una spia indiana e condannato a sorpresa, il mese scorso, alla pena di morte.

Secondo la lettera inviata dell'Aja al governo di Islamabad, riportata da diversi media indiani, la pena capitale comminata a Jadhav dalle autorità pachistane deve essere immediatamente sospesa, permettendo così a entrambe le parti di fare maggiore chiarezza circa i contorni di un caso trasformatosi in scontro diplomatico ai più alti livelli tra India e Pakistan.

Per Islamabad, Jadhav sarebbe infatti una spia indiana penetrata all'interno del paese sotto falso nome per architettare operazioni di sabotaggio in Balochistan, regione del Pakistan dove da anni l'esercito regolare reprime le istanze autonomiste dei locali, spesso violando i diritti umani della popolazione locale. Arrestato nel mese di marzo, Jadhav è stato condannato alla pena di morte nel mese di aprile, dopo che l'esercito pachistano aveva pubblicato un video in cui lo stesso Jadhav ammetteva le accuse mosse da Islamabad. Un documento che New Delhi considera «spazzatura».

Per contro, l'India sostiene Jadhav sia semplicemente un ex militare della Marina indiana vittima di una serie di soprusi gravi da parte delle autorità pachistane. L'arresto di Jadhav, secondo New Delhi, sarebbe avvenuto in realtà in Iran - accusando quindi Islamabad di una cattura illegale oltre i propri confini - e al cittadino indiano sarebbe stato sistematicamente negato ogni contatto col personale consolare indiano in Pakistan, in violazione della convenzione di Vienna. Harish Salve, che rappresenta l'India nel processo all'Aja, ha dichiarato ai media indiani che «la diplomazia indiana si è vista negare per quattordici volte consecutive la possibilità di vedere e parlare con Jadhav». Proprio in virtù di questa violazione New Delhi ha deciso di portare lo scontro diplomatico alla Corte internazionale di giustizia.

Il Pakistan, in tutta risposta, difende la decisione di aver negato il supporto consolare a Jadhav in linea a un accordo del 2008, secondo cui tale accesso poteva essere accordato solo a prigionieri civili, non a spie.

Nelle scorse settimane intorno alla vicenda di Jadhav si è costruito l'ennesimo duro scontro tra India e Pakistan, già alle prese col deteriorarsi della questione kashmira. In attesa di ulteriori sviluppi e colpi di scena sembra che, perlomeno, il rischio di pena capitale per Jadhav - e i rischi connessi di conseguenze gravissime nei rapporti bilaterali tra India e Pakistan - sia temporaneamente scongiurato.

@majunteo

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