Due cose su questa storia di Modi e dei suoi abbracci

Come da copione, anche all'indomani del meeting tra il primo ministro indiano Narendra Modi e il presidente statunitense Donald Trump, tutto ciò che rimane sulla stampa internazionale si riassume con la foto dell'ennesimo abbraccio irrituale esteso da Modi a un leader internazionale. Segno di spontaneità, amicizia e tenerezza? Nemmeno per sogno.

Abbracciami
C'è poco da capire, solo
Abbracciami

(Abbracciami, 1978, Julio Iglesias)

Dubito che Narendra Modi sia un fan dell'intramontabile Julio, ma di certo l'effetto dei suoi abbracci scenografici in giro per il mondo è racchiuso con millimetrica precisione dentro questa prima strofa di Abbracciami, resa in italiano dell'originale Abrázame del 1975. Se il testo melassoso di Iglesias si riferiva al gesto estremo dell'amante per convincere la propria amata a riavvicinarsi, senza rivangare un passato che presumiamo controverso, trasponendo il concetto alla politica internazionale di Modi gli abbracci sono l'alternativa allo sforzo di comprensione. Dietro alla fisicità di Modi non «c'è poco da capire», ma c'è moltissimo, sapientemente occultato da un leader che conosce a menadito i nessi di azione e reazione della politica nell'era della comunicazione.

Modi, ormai non lo ricorda più nessuno, fino a tre anni fa era considerato un reietto della politica internazionale, invischiato in pogrom anti-musulmani occorsi sotto la sua amministrazione nello stato del Gujarat nel 2002 (duemila morti «ufficiali», di cui almeno due terzi musulmani) che gli valsero una serie di rifiuti di visti per l'espatrio in Occidente: misura preventiva adottata nei confronti di un leader sospettato di violazioni dei diritti umani - e finora mai giudicato colpevole da una corte indiana, a onor del vero.

Protagonista di una lotta intestina durissima all'interno delle fila del Bharatiya Janata Party (Bjp, partito conservatore hindu) durante la campagna elettorale del 2013, Modi ha saputo prendere in mano il partito assieme al suo braccio destro Amit Shah - oggi presidente del Bjp, personaggio quantomeno controverso - conducendolo a una vittoria schiacciante alle politiche del 2014. Dimenticati gli slogan iniziali di «progresso per tutti», negli ultimi anni, sotto l'amministrazione Modi sono emersi degli aspetti inquietanti della società indiana, con un'avanzata dell'estremismo hindu e dell'intolleranza verso le minoranze sfociata in aggressioni, repressioni contro gli studenti, raid contro professori e studenti progressistilinciaggi, e linciaggi, e linciaggi, e linciaggi, tanto che in queste ore in India si parla di una trasformazione del paese in una sorta di «lynchistan»: nazione dove la giustizia faidaté degli ultrahindu è all'ordine del giorno e non incontra alcuna opposizione né dalle parti del Bjp né, soprattutto, del primo ministro in carica.

Modi, che sa bene come gestire una stampa internazionale che di India sa poco o nulla - avendola negli ultimi anni tirata per la giacchetta unicamente in funzione anti-cinese - in questi tre anni è stato bravissimo a crearsi un «avatar» bonario e impacciato da dare in pasto ai giornali stranieri, alimentando prima il mito dei selfie, poi quello dei «bear hug», slanci di affetto palesemente forzati che impongono alla controparte una fotoricordo da rivendersi in patria come prova plastica dei successi indiani in politica estera. Tanto che oggi, dopo che la foto dell'abbraccio tra Trump e Modi ha fatto il giro del mondo, sulla stampa indiana girano articoli intitolati «Il primo ministro Modi accoglie il mondo, un abbraccio alla volta».

In un articolo del 2015 pubblicato da Bbc, il sociologo Shiv Visvanathan (inizialmente pro-Modi, recentemente pentito) spiegava: «Modi ha tre tipi di pubblico: gli indiani della diaspora, i leader internazionali e il popolo indiano. Alle masse indiane parla da una grande distanza. Alla diaspora parla con un senso di convivialità. Coi leader del mondo, cambia il proprio linguaggio del corpo, dà loro dei grandi abbracci. Lo sforzo è troppo ovvio. Sta cercando di comunicare al mondo che lui è sullo stesso piano degli altri, un amico, e che è molto affettuoso. Modi è un performer. Allo stesso tempo, è diventato una caricatura di sé stesso».

Le performance di Modi, mentre diventano gallerie fotografiche semiserie e una fucina inesauribile di meme per ridacchiare in rete, sono uno degli strumenti più potenti utilizzati dal primo ministro per avere il controllo della narrazione di sé. Mentre tutto il mondo osserva ed esalta il Modi «abbracciatore seriale», in quanti hanno notato che Modi non acconsente mai a una conferenza stampa con domande aperte ai giornalisti? In quanti si fermano a pesare i contenuti e i risultati reali della sua politica estera, al di là delle «manifestazioni d'affetto»? In quanti rilevano che mentre Modi è in giro ad abbracciare i leader del mondo qui in India, sotto la sua amministrazione, un giorno sì e un altro pure un musulmano o un dalit vengono linciati da ultrainduisti di varia natura - che votano in massa per Modi - senza che il primo ministro spenda una parola a riguardo?

Abbracciami, c'è poco da capire.

@majunteo

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

banner fest sidebarbanner fest unicredit

La voce
dei Lettori

eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città Invia la tua domanda ad eastwest

GUALA
GUALA