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Due soldati indiani uccisi e decapitati in Kashmir: Delhi accusa il Pakistan

È primavera nella valle del Kashmir e, come ogni anno, la tensione per una ferita aperta da oltre mezzo secolo si alza. In aggiunta agli scontri interni raccontati dal nostro Camillo Pasquarelli qualche giorno fa, a inizio settimana India e Pakistan hanno nuovamente alzato i toni dello scontro, partendo da un delitto brutale: due soldati indiani uccisi e decapitati a cavallo della Linea di Controllo. New Delhi accusa l'esercito pachistano di un atto «ignobile», Islamabad nega e l'opinione pubblica indiana chiama vendetta.

Lunedì primo maggio l'esercito indiano ha accusato quello pachistano di aver ucciso e «mutilato» due soldati indiani. Secondo New Delhi, i militari indiani dispiegati lungo la Linea di Controllo che divide il Kashmir indiano dall'Azad Kashmir pachistano sono stati attaccati da colpi di mortaio «non provocati». Al fuoco di artiglieria è seguita un'imboscata in territorio indiano nella quale due soldati indiani sono stati uccisi e decapitati dagli uomini della Border Action Team (Bat), le forze speciali pachistane dispiegate al confine con l'India.

L'esercito pachistano, in un comunicato, ha negato ogni responsabilità, escludendo soprattutto che i propri uomini abbiano violato il cessate il fuoco lungo la Linea di Controllo e - come invece sostiene New Delhi - si siano spinti all'interno dei confini indiani. Nel comunicato, ripreso da tutti i media indiani, si legge: «L'esercito pachistano è una forza altamente professionale e non mancherebbe mai di rispetto a un soldato, nemmeno indiano».

Il ministro delle finanze indiano Arun Jaitley, che al momento ha le deleghe alla difesa, ha dichiarato alla stampa che l'attacco e decapitazione dei due soldati è stato un «lavoro compiuto da una nazione vicina», spiegando che l'intera operazione avrebbe ricevuto anche «pieno supporto di fuoco» da una postazione dell'esercito pachistano. Si tratterebbe quindi, secondo New Delhi, di un'operazione «preparata maniacalmente».

Come già successo sei mesi fa, in seguito a un attacco terroristico condotto da un commando pachistano contro la base di Uri in Kashmir, i nazionalisti indiani sono entrati in modalità «vendetta», chiedendo che l'esercito indiano e le istituzioni rispondano per le rime all'affronto insolente delle truppe pachistane.

Si tratta di un meccanismo automatizzato oliato da mesi di retorica militarista promossa dal governo del Bharatiya Janata Party (Bjp) sin dall'episodio dei «surgical strike» ordinati dal primo ministro Narendra Modi in risposta agli attacchi terroristici pachistani del settembre 2016. Ora, con due soldati decapitati, l'opinione pubblica chiama a gran voce un'altra dimostrazione di forza dell'esercito indiano, non senza criticare l'inazione di Modi.

Il primo ministro, al momento impegnato in una visita al tempio di Kedarnath e all'inaugurazione di una nuova sede di Patanjali in Uttarakhand (Patanjali è il brand del «guru» Baba Ramdev...), non si è ancora espresso in merito alla vicenda. Modi è stato anche criticato per non aver ancora nominato un ministro della difesa «a tempo pieno» in seguito allo spostamento tattico dell'ex ministro Manohar Parrikar, mandato a fare il chief minister dello stato di Goa.

Nella giornata di oggi l'esercito indiano ha iniziato una serie di «scontri a fuoco speculativi» lungo il confine del distretto del Poonch, in Kashmir, in risposta alla violazione del cessate il fuoco da parte delle truppe di Islamabad, che però l'esercito pachistano continua a negare. Nel frattempo il ministero degli esteri indiano ha convocato l'Alto Rappresentante del Pakistan in India (l'ambasciatore pachistano) Abdul Basit, mentre il Director General of Military Operations indiano A.K. Bhatt ha avvertito la controparte pachistana di una imminente «forte risposta» dell'esercito indiano all'assassinio dei due soldati.

@majunteo

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