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Emergency 40 anni dopo: quando l'India era una dittatura

Poco prima della mezzanotte del 25 giugno 1975, l'allora presidente della Repubblica Fakhruddin Ali Ahmed dichiarò, con un decreto, l'inizio dello stato di "Internal Emergency", meglio conosciuto solo come Emergency: 21 mesi in cui, per volere della prima ministra Indira Gandhi, in tutto il paese entrò in vigore la dittatura. Oggi, quarant'anni dopo, l'India ricorda uno dei periodi più bui della propria Storia.

L'Emergency è uno dei periodi storici indiani meno conosciuti fuori dall'India, abituati come siamo a concepire il paese in un continuum ininterrotto dal pacifismo di Gandhi ad oggi. Ma il subcontinente ha conosciuto gli orrori di un autoritarismo che, seppur per poco meno di due anni, ha segnato indelebilmente anche l'India che conosciamo oggi.

Le cose iniziano a mettersi male verso la fine degli anni Sessanta, quando la premier Indira Gandhi (figlia di Jawahrlal Nehru, sempre della dinastia Gandhi e primo premier dell'India indipendente) inizia ad esercitare sempre più controllo all'interno dell'Indian National Congress (Inc), partito di ispirazione socialista centrale nella lotta per l'indipendenza e che ha sempre contenuto al suo interno diverse anime concorrenti, in costante scontro democratico interno. Con Indira, il partito diventa sempre più "personale", arrivando a una scissione nel 1969, e il governo, dopo le elezioni del 1971 in cui l'Inc stravince aggiudicandosi in parlamento 352 seggi su 518, assume sempre più le fattezze personificate di Indira, che sistema nei posti strategici collaboratori selezionati secondo un criterio di lealtà. Il dissenso, sia interno che delle opposizioni (destra e sinistra "estrema") viene sempre più marginalizzato, gli scioperi vengono derubricati ad azioni di disturbo speciose (e repressi con la forza), lasciando campo libero al pensier unico della Lady di Ferro.

L'India degli ultimi - poveri e dalit - sosteneva in forze le azioni autoritarie di una prima ministra ormai considerata una dea, una sorta di spirito dell'India incarnato, forte di un sostegno popolare sfociato nel culto della personalità.

Dal 1973 le forze di opposizione iniziarono ad organizzarsi in movimenti di contestazione popolare: prima gli studenti, in Gujarat, poi i "gandhiani" di Jayprakash Narayan (semplificazione, il movimento di JN era molto eterogeneo, però per agilità del racconto rimaniamo con gandhiani), che nel 1974 si appellò alla società civile tutta - studenti, lavoratori, contadini - per iniziare una "total revolution" non-violenta in opposizione all'autoritarismo di stato. Segno del successo di JN, qualche settimana dopo l'appello il sindacato delle ferrovie (il più numeroso nel paese) inizia uno sciopero nazionale che paralizzerà il paese.

Nel frattempo, una petizione presentata alla High Court di Allahabad da Raj Narain, sfidante diretto alle elezioni del '71 nel medesimo collegio di Indira Gandhi, viene accolta dai giudici. La sentenza dichiara Indira colpevole di brogli e "utilizzo della macchina statale per la campagna elettorale" (reato piuttosto comune sul quale, solitamente, la giustizia indiana ha sempre chiuso un occhio): la sua nomina al seggio parlamentare viene annullata e le viene proibito di partecipare alle elezioni per sei anni, pur rimanendo in carica come primo ministro.

La sentenza dà vigore al movimento di JN che, durante un comizio davanti a una folla di oppositori del governo, chiede a gran forza le dimissioni di Indira e nuove elezioni. Indira, chiusa all'angolo, percependo l'ondata di dissenso come un intralcio alla sua opera di governo per il bene del paese, decide di forzare la mano e, grazie all'esperto giurista e chief minister del Bengala Occidentale Siddharta Shankar Ray, riesce a trovare un'escamotage per sospendere la democrazia nel paese pur rimanendo all'interno del costituzionalmente lecito.

La manovra, che richiedeva la firma del Presidente della Repubblica, viene esposta in una lettera recapitata a Fakhruddin Ali Ahmad nella notte del 25 giugno. Il presidente firma e annuncia l'Emergency immediatamente.

I poteri dati al governo dall'Emergency permettono ad Indira Gandhi di imprigionare preventivamente, senza processo, centinaia di migliaia di oppositori politici, applicare la censura a tutti i mezzi d'informazione (staccando la corrente alle redazioni dei principali quotidiani nazionali proprio nella notte del 25 giugno), governare a colpi di decreti bypassando il parlamento, sospendere le elezioni locali in tutto il paese e promuvere misure senza precedenti, come il programma di sterilizzazione forzata entusiasticamente supportato e supervisionato da Sanjay Gandhi, figlio di Indira, passato alla storia come uno dei "falchi" del gabinetto ufficioso di Indira Amma (Mamma Indira). Secondo le stime, tra il 1976 e il 1977 il numero di sterilizzazioni nel paese superò gli 8 milioni, il quadruplo rispetto all'anno precedente.

I 21 mesi di Emergency, conclusi per volere di Indira con le elezioni del 1977 che l'Inc perse per la prima volta dall'Indipendenza, segnarono profondamente la società e la politica del paese. Moltissimi dei leader politici ancora oggi in attività - LK Advani, grande vecchio del Bjp, e Arun Jaitley, oggi fedelissimo di Narendra Modi e allora parte del movimento studentesco - subirono sulla propria pelle gli effetti della dittatura. Molti, come Jaitley, l'Emergency se la fecero dietro le sbarre.

Oggi, quarant'anni dopo, il ricordo dell'Emergency è quasi unanime: non succederà più, abbiamo fatto gli anticorpi, ma stiamo sempre in campana per le spinte autoritarie che possono presentarsi nel paese. Quasi unanime, dicevo, poiché LK Advani, che con Modi ha un conto aperto essendo stato di fatto estromesso dal "cerchio magico" di leader che nel Bjp contano qualcosa, in una recente intervista ha messo in guardia la nazione circa il rischio di una deriva dittatoriale che, a detta sua, è ancora possibile. Messaggio poco velato al nemico Modi, si dice, al quale la Rashtriya Swayamsevak Sangh (organizzazione paramilitare ultrainduista in prima linea, all'epoca, nell'opposizione al regime di Indira) ha risposto non invitandolo all'evento ufficiale per i quarant'anni dall Emergency.

Se il rischio di una sospensione totale della democrazia nel paese appare comunque piuttosto remoto, l'eredità dell'Emergency è ancora vibrante nell'aspetto del culto della personalità tributato al leader: lo spiega in modo eccellente lo storico Ramachandra Guha, tratteggiando parallelismi inquietanti tra il "modismo" e il clima di esaltazione di Indira Gandhi.

Alla sindrome da Caro Leader si aggiunge un controllo sempre più serrato dei media nazionali, come riporta Ishan Marvel sulla versione online di Caravan dando conto dei diktat propagandistici che le tv nazionali sono oblbigate a seguire per celebrare i "successi" del governo Modi.

Infine, tra i pezzi che ho letto per documentarmi al meglio primo di scrivere questo resoconto storico, brilla per stile e contenuti questo racconto in prima persona di Coomi Kapoor pubblicato su Outlook India, segnalatomi dall'attentissimo Diego Maiorano. Kapoor, nel 1975, era un giovane reporter dell'Indian Express, e in questo estratto dal suo libro riesce a rendere con dovizia di dettagli una pagina di storia sistematicamente rimossa nell'epopea pop dell'India fuori dall'India.

@majunteo

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