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Gli indiani vogliono ammazzare i marò! Anzi no.

Ci avviciniamo ai giorni decisivi per la sorte di Latorre e Girone e, come è purtroppo normale che sia, a leggere la stampa italiana e indiana senza cognizione di causa non ci si capisce molto. Proviamo a fare ordine.

Volenti o nolenti, avrete tutti seguito la vicenda almeno nelle ultime settimane, vista l'intensità della copertura mediatica e le iniziative anche politiche che il nostro governo e il nostro parlamento hanno messo in atto. Dopo due anni di rinvii e caos, lunedì scorso la Corte speciale incaricata di occuparsi del caso Enrica Lexie in India ha rinviato al 10 febbraio - per l'ultima volta - l'udienza nella quale la polizia federale National Investigation Agency (Nia) dovrebbe formulare i capi d'accusa contro i due fucilieri, accusati dell'omicidio di due pescatori indiani.

Si è parlato molto del Sua act, la legge "anti pirateria" alla quale la Nia sarebbe vincolata nel procedere penalmente contro i marò, che per il reato di omicidio prevede la pena di morte. La campagna anti indiana, quindi, si è arricchita dello spauracchio della pena capitale, presentando l'India come un paese di selvaggi tagliagole (e stupratori) decisi a fucilare Latorre e Girone (prima nota: la pena capitale in India avviene per impiccagione, non c'è nessun plotone d'esecuzione, al contrario di quanto blaterato da certa stampa).

Nell'improvvisa frenesia per la violazione dei diritti umani in un paese per larga parte militarizzato, dove le forze speciali nelle zone del terrorismo interno falcidiano tribali e popolazione locale nel silenzio della stampa, ci siamo dimenticati di contestualizzare l'uso della pena di morte in India, dettaglio che ci avrebbe potuto risparmiare interminabili tirate melodrammatiche appoggiate sul nulla.

In India la pena di morte si applica unicamente in casi denominati "rarest of the rare", ossia di gravità eccezionale. E il caso dei marò non rentra nella categoria. Questo dato è pubblico da mesi, sostenuto da impegni ufficiali presi dal ministro degli Esteri indiano Salman Khurshid, lettere di rassicurazione spedite a Roma e, soprattutto, da una consolidata consuetudine giudiziaria. Dal 1995 ad oggi l'India, il paese degli aguzzini, ha sentenziato a morte quattro persone: tre indiani e un pakistano, tra terroristi (o presunti tali).

La pena di morte, quindi, è stata realisticamente fuori discussione sin dal principio (e lo ha ripetuto più volte l'inviato speciale Staffan De Mistura, quotato sempre troppo poco quando prova a ricondurre il clima a una calma utile alla trattativa diplomatica). Delhi però, al momento, pare decisa a rimanere attaccata al Sua act: il ministero degli Interni, infatti, oggi ha dato il via libera ufficiale alla procura per rifarsi a quella legge, escludendo però l'eventualità della pena di morte. A naso, gli appigli legali potrebbero non essere così complessi: la regola del "rarest of the rare" è più vecchia e "importante" del Sua act, quindi la procura potrebbe appellarsi a quella linea guida, affiancando anche la lettera di impegno ufficiale del governo di Delhi, inviata a Roma nel marzo del 2012.

Il Sua act, dal punto di vista indiano, aiuterebbe l'accusa a levarsi da un impiccio probatorio di non poco conto, che ultimamente avevo ripresentato in un pezzo riassuntivo di tutta la vicenda. Copio qui sotto il passo in questione.

Escludendo quindi il rischio di impiccagione – come ha recentemente dichiarato l'ambasciatore dell'Ue a Delhi – la vera urgenza dell'escludere il Sua act dal dibattimento risiede in una peculiarità della legge; all'articolo 13 il Sua act indica che in presenza di prove sostanziali di colpevolezza come il ritrovamento di armi e munizioni compatibili col reato, prove di intenzione o di uso della forza letale, "la Corte dovrà presumere, salvo venga provato il contrario, che l'accusato abbia commesso il reato". Significa che l'onere della prova viene scaricato sulla difesa, saranno gli avvocati dei marò a dover provare l'innocenza dei propri assistiti, in un quadro probatorio decisamente "nebuloso".

La perizia balistica condotta dagli inquirenti del Kerala, alla presenza di due specialisti dei Carabinieri mandati da Roma, rileva che i fucili dai quali partirono i proiettili – traccianti – che colpirono Binki e Jelastine non erano segnati con la matricola di Latorre e Girone, ma di altri due marò al momento a bordo della Lexie, i fucilieri Renato Voglino e Massimiliano Andronico. Un tassello chiave delle indagini rivelato, nella primavera del 2013, da un articolo di Vincenzo Nigro pubblicato su Repubblica, dove venivano copiati stralci del rapporto interno della Marina redatto dall'ammiraglio Piroli.

Quando lo scorso autunno la Nia chiese di risentire tutti i testimoni già interrogati dalla polizia del Kerala nel 2012, facendo valere l'impegno di reperibilità firmato prima di rimpatriare, tutto il personale civile a bordo della petroliera si recò in India davanti agli inquirenti federali, tranne i quattro marò che completavano la squadra anti pirateria della Marina; Roma ritenne categorico non permettere ai militari di tornare in India, iniziando un braccio di ferro diplomatico che – assieme ai tradizionali ritardi della macchina burocratica indiana – contribuì a dilatare ulteriormente i tempi delle indagini. Alla fine, dopo settimane di trattative, si decise di tenere l'interrogatorio per via telematica, con una videochiamata fatta dall'ambasciata indiana di Roma. Il contenuto di quel confronto non è ancora stato reso pubblico.

Un altro passaggio poco chiaro della vicenda, considerando la discrepanza tra le matricole e gli arrestati, diventa a posteriori la consegna volontaria, da parte italiana, di Latorre e Girone alle autorità di polizia del Kerala. Dalla Lexie, attraccata al porto di Kochin la sera del 15 febbraio, per quattro giorni non scende nessun membro militare o civile dell'equipaggio, mentre ufficiali della polizia del Kerala salgono a bordo per condurre i primi interrogatori informali; Latorre e Girone – i più alti in grado del Npm - verranno consegnati solo il 19 febbraio, dopo quattro giorni di intense trattative a bordo della nave.

Insomma, se le indiscrezioni saranno confermate e si proseguirà con il Sua act, ci aspettano delle sorprese.

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