Governo indiano contro l'acquisto di bestiame per macellazione, ma non è animalismo

Una misura varata la scorsa settimana dal ministero dell'ambiente indiano ha esteso a tutto il paese il divieto di «acquistare capi per la macellazione dai mercati di bestiame». Secondo il governo, una misura necessaria per difendere gli animali dalla crudeltà degli uomini. In realtà, le nuove regole sembrano un escamotage per complicare ulteriormente il mercato della carne nel paese, sovrapponendo l'agenda ultrainduista al diritto di decine di milioni di indiani (anche hindu) che con la carne hanno un rapporto estremamente laico.

Il nuovo provvedimento emanato dal ministero dell'ambiente indiano martedì 23 maggio, va ad aggiungersi alle disposizioni del Prevention of Cruelty to Animals Act, la legge che tutela la condizione degli animali in India. Secondo le nuove misure, che entreranno in vigore tra tre mesi, la vendita di capi di bestiame nei mercati sarà legale solo per fini «agricoli», escludendo quindi tutti gli altri potenziali usi (dalla macellazione allo scuoiamento). I capi di bestiame interessati dal provvedimento sono tori, mucche, bufali e cammelli.

Nella pratica, la nuova legge prevede che chi acquista un capo di bestiame al mercato firmi una lettera d'impegno in cui ne certifichi il futuro uso a esclusivo fine agricolo - tirare carretti o aratri, far girare mulini o presse... - permettendo l'accesso ai mercati di bestiame solo a chi possa certificare la proprietà di un appezzamento di terra a uso agricolo. Significa tagliare fuori dall'approvvigionamento di bestiame milioni e milioni di macellai in tutto il paese, che si vedranno costretti ad acquistare bestiame da macellare attraverso inediti rapporti commerciali diretti con gli allevatori: se prima allevatore e acquirente potevano incontrarsi al mercato, ora sarà necessario un accordo diretto che trasferisca capi per la macellazione direttamente dall'allevamento al macello, in modalità burocratiche al momento sconosciute e, certamente, non agevoli per la stragrande maggioranza di allevatori e macellai, spesso poco più che analfabeti.

Evidentemente, la nuova legge mira a complicare ulteriormente la vita a tutti coloro che hanno a che fare con del bestiame per fini diversi dall'agricoltura, imponendo una serie di ostacoli burocratici a un'industria assolutamente florida. L'Hindustan Times, che per primo ha dato lo scoop della nuova legge anti-macellazione, ha spiegato che il ministero, prima di varare la nuova misura, non ha consultato nessuno dei rappresentanti del settore, che ora temono una paralisi del mercato poiché «pochissimi macelli acquistano capi di bestiame direttamente dagli allevatori».

Indian Express fa notare che oltre a non aver consultato nessuno rappresentante di settore dei macellai indiani - con un mercato della macellazione del bufalo che, da solo, esporta carne per 4 miliardi di dollari all'anno - il ministero non ha nemmeno chiesto un parere a qualcuno del settore caseario, altro mercato imponente in India che, secondo le nuove regole, non potrà acquistare mucche da mungere presso i mercati di bestiame.

Senza contare altri bizantinismi tipicamente indiani - si parla di documenti da presentare in cinque copie al momento dell'acquisto di bestiame, o di comitati responsabili dell'organizzazione dei mercati di bestiame che comprendano obbligatoriamente due rappresentanti dell'«animal welfare» governativo - d'ora in avanti sarà obbligatoria la presenza di un veterinario durante il carico e lo scarico del bestiame dai camion, per evitare che «siano troppo schiacciati». Chi avesse mai messo piede in un vagone della metropolitana a New Delhi intorno alle 5 di pomeriggio potrà meglio cogliere l'ironia grottesca della frase precedente.

In definitiva, la nuova legge non ha messo al bando la macellazione di bovini, ma l'ha sicuramente resa un'attività esageratamente complicata, come già accaduto qualche tempo fa in Uttar Pradesh. Incidentalmente, la quasi totalità degli impiegati nel mercato della macellazione in India è di fede musulmana.

Nei giorni scorsi si sono registrate proteste sia ufficiali che popolari in Kerala, Bengala Occidentale e nel Nord Est dell'India: territori dove il consumo di carne bovina è parte integrante della tradizione culturale locale, al di là delle divisioni sociali in caste, ceto e religione. Più che una legge a tutela del benessere degli animali, questa appare a tutti gli effetti un'intrusione indebita dell'agenda ultrainduista di governo nella libertà degli indiani di poter decidere cosa mangiare. Senza curarsi delle condizioni terrificanti in cui versano, per fare un esempio lampante, le «mucche sacre» che pascolano tra i rifiuti delle metropoli indiane. Scambiarla per uno slancio animalista sarebbe un gravissimo errore di miopia.

@majunteo

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