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Ha vinto la pena di morte

Quattro pene di morte, esito annunciato per il crimine che ha scosso di più la società indiana degli ultimi anni. La rabbia e la frustrazione hanno condannato - al primo grado - i quattro stupratori di Delhi, e le polemiche sono già iniziate.

 

Nel primo pomeriggio indiano la Session court di Delhi ha condannato alla pena capitale Mukesh Singh, Akshay Thakur, Pawan Gupta e Vinay Sharma. Si tratta del primo grado di giudizio, al quale seguiranno certamente i ricorsi da parte dei legali della difesa, ma rimane una sentenza storica che fissa un precedente importante.

Il giudice ha ritenuto che il crimine, nella sua efferatezza, rientrasse nella categoria "rarest of the rare", che in India prevede la pena capitale, spiegando che la giustizia questa volta non poteva "guardare dall'altra parte". È proprio questa l'idea che nei mesi si è diffusa in quasi tutto il paese: davanti alla crudeltà dell'uomo contro la donna, lo stato deve utilizzare la legge del taglione, guidando un cambiamento della mentalità del suo popolo tramite la paura.

Non si dice nulla di nuovo, è l'argomento principale dei sostenitori della pena di morte in ogni angolo della Terra. Personalmente - in quanto blog, mi avventuro nei "personalmente" - sono contro la pena capitale e come i pochissimi che stanno già criticando la decisione del giudice in India (Shoma Chaudhury del magazine Tehelka, ad esempio) credo che la sentenza fosse scontata, considerando gli animi accesi arrivati alla prima pietra miliare di una campagna d'informazione condotta su livelli di violenza verbale che non hanno avuto eguali nella storia recente. Che tutti se lo aspettassero non leva però i dubbi sull'effettiva efficacia di una presa di posizione del genere.

È opinione diffusa tra i critici che d'ora in poi, sapendo di rischiare la pena di morte, gli stupratori ricorreranno all'omicidio per evitare che la vittima possa testimoniare ed identificarli. Succede già ad esempio in Uttar Pradesh, dove non è raro che la vittima di stupro sia poi data alle fiamme, specie nei contesti rurali dove l'applicazione della legge e valori anti-tradizionali come il rispetto per la donna e l'emancipazione femminile faticano a fare breccia nella popolazione.

Occorre anche dare un certo peso alle statistiche, nel tentativo di capire il fenomeno degli stupri, e la scrittrice Nilanjana Roy ha avuto la lucidità di farlo il 20 dicembre 2012, a caldo, in uno splendido articolo pubblicato dal quotidiano The Hindu.

Roy, rifacendosi a report governativi del 2011, indica che nel 94 per cento dei casi di stupro denunciati gli stupratori sono persone che conoscono la vittima, un dato che scardina decisamente l'idea che i maggiori pericoli per le donne siano in strada, lontano da casa come nel caso di Delhi, dove la ragazza di 23 anni è stata aggredita su un autobus da sei sconosciuti. Nel 34 per cento dei casi gli stupratori sono vicini di casa, ma a fare notizia sono sempre casi eccezionali di violenza cruenta e "casuale": per strada, sui mezzi pubblici, fuori dal raggio di protezione immaginario della famiglia.

L'idea che il pericolo sia "fuori" ha rafforzato la convinzione che le donne debbano stare "dentro", alimentando la consuetudine della segregazione femminile, nelle campagne, o del coprifuoco nelle città. Escludendo i quartieri della movida - ove ce ne siano - che sono frequentati da una fetta di India occidentalizzata, vedere gruppi di ragazze o donne in giro da sole è quasi impossibile. In due anni di India non ricordo un evento del genere, senza che ci fossero almeno degli uomini come "scorta" ad accompagnare delle ragazze.

Alla luce della sentenza il pericolo è che la società indiana pensi di aver trovato nel deterrente capitale la soluzione a un problema che, come abbiamo ripetuto allo sfinimento, ha radici molto più profonde della follia criminale dei singoli. Ma è una riflessione che quest'India comprensibilmente accecata dalla rabbia e dalla paura al momento non credo abbia la lucidità di fare.

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