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Hadiya, la panzana del “Love Jihad “ e la libertà delle donne indiane

A 25 anni, Hadiya è stata posta ai domiciliari per essersi convertita all’Islam e aver sposato un musulmano. Vittima del cospirazionismo dell’ultradestra hindu e di una tradizione dura a morire, anche in tribunale. Ma davanti alla Corte Suprema, la donna rivendica la sua libertà

Hadiya ha 25 anni, è nata nei pressi di Kottayam, Kerala, e per quasi 11 mesi è stata costretta ad arresti domiciliari di fatto nella casa dei propri genitori per effetto di una sentenza dell'Alta Corte dello Stato. La sua colpa: essersi convertita all'Islam e aver sposato Shefin Jahan - 26 anni, musulmano - contro il volere dei propri genitori.

Secondo i genitori di Hadiya, loro figlia sarebbe stata vittima del complotto noto come «Love Jihad», tesi che da anni gira negli ambienti dell'ultradestra hindu secondo cui la popolazione musulmana locale, pari al 18 per cento della popolazione indiana, avrebbe intenzione di sostituire la maggioranza hindu seducendo giovani donne innocenti della comunità con lo scopo di convertirle, sposarle e fare figli musulmani. Si tratta di una teoria senza alcun fondamento concreto, una panzana galattica che in un altro contesto sociopolitico sarebbe stata derubricata a follia degna del terrapiattismo o delle scie chimiche. Nell'India contemporanea, purtroppo, le cose sono diverse.

Nonostante Hadiya si fosse convertita all'islam di sua spontanea volontà ben un anno prima di sposarsi con Shefin e avesse abbondantemente superato la maggiore età - aveva 23 anni - i genitori di Hadiya, contrari al matrimonio e alla conversione della figlia, hanno trovato terreno fertile nel secondo grado di giustizia dello stato del Kerala che, nel mese di maggio, aveva annullato il matrimonio interreligioso contratto tra i due sentenziando, letteralmente, «Secondo la tradizione indiana, la custodia di una figlia nubile deve essere affidata ai propri genitori, finché non sarà appropriatamente sposata». La Corte aveva inoltre stabilito che, per l'incolumità della vittima - «debole e vulnerabile» - del complotto islamico su cui è stata chiamata a indagare la National investigation agency (Nia, una delle polizie federali indiane), Hadiya avrebbe dovuto vivere nella casa dei propri genitori in stato di arresto domiciliare, sospendendo gli studi presso il Sivaraj Homeopathic College di Salem, dove la ragazza stava specializzandosi in medicina omeopatica. Condizione in cui Hadiya già viveva forzatamente per il volere dei propri genitori da alcuni mesi.

Grazie al ricorso mosso dai legali di Hadiya e di Shefin, lo scorso 27 novembre il caso è approdato in Corte Suprema, ultimo grado di giudizio del sistema giuridico indiano. Durante l'udienza, come riportato dai media nazionali, i legali della famiglia di Hadiya, con la ragazza presente in aula, per due ore hanno messo in discussione la sanità mentale della ragazza, considerata dal padre «vittima del lavaggio del cervello» e convertita con l'inganno per poi spedirla in Siria come schiava sessuale dell'Isis. Un'accusa valutata in aula basandosi su documenti prodotti dalla Nia fino a quel momento mai presentati ai giudici.

Dopo un'ora e mezza passata a sentire accuse infamanti nei suoi confronti, ad Hadiya è stato accordato il diritto di parlare davanti alla Corte. Ridimensionando le accuse di complotto terroristico, Hadiya ha dichiarato alla Corte di voler semplicemente vedere difesa la propria libertà di donna maggiorenne di poter scegliere la propria religione, scegliere il proprio compagno e continuare i propri studi.

La Corte Suprema ha quindi aggiornato il caso al prossimo mese di gennaio, disponendo che Hadiya possa tornare a vivere nell'ostello femminile del college e sia libera di incontrare «chiunque voglia» fino alla prossima udienza, compreso suo marito, considerato dalla famiglia della ragazza «un terrorista». Rientrata a Salem, il 28 novembre durante una conferenza stampa Hadiya ha dichiarato: «Negli ultimi sei mesi sono stata costretta a stare con persone che non mi piacciono. Sono coloro che hanno provato a riconvertirmi. Giornali, televisioni...c'erano così tante restrizioni a casa mia, addirittura restrizioni su con chi potessi o non potessi parlare. E ora siamo arrivati al punto in cui i miei genitori dicono che sono mentalmente instabile. [...] Vedete? Non ho un telefono, non mi è stato possibile contattare nessuno da quando sono qui, nonostante alla Corte io abbia semplicemente chiesto di riavere indietro la mia libertà. Non è forse questo un diritto fondamentale? Qualcosa che qualsiasi cittadino dovrebbe avere il diritto di avere? Non ha niente a che vedere con la religione o le caste».

La lucidità di Hadiya ha colpito una fetta dell'opinione pubblica, specie chi insiste a considerare questa vicenda un caso strettamente inerente alla libertà accordata alle donne indiane a all'applicazione corretta di leggi che, teoricamente, dovrebbero garantire diritti fondamentali circa la libertà di credo e di scegliersi un compagno. Invece, e questa ne è l'ennesima riprova, la tendenza nella società indiana è ancora quella di infantilizzare donne maggiorenni in nome di una «tradizione indiana» che, a livello costituzionale, semplicemente non esiste. Un precedente molto pericoloso per tutte le donne del Paese e, in particolare, per coloro che sfidano la tradizione sposandosi fuori dalla propria comunità religiosa.

Brinda Karat, esponente del Partito comunista indiano (marxista), in una lungo editoriale pubblicato dal quotidiano The Hindu, scrive: «La Nia è impegnata in un'operazione di pesca a strascico, avendo già interrogato 89 coppie interreligiose in Kerala. I matrimoni intercastali e interreligiosi, al posto che essere celebrati come simbolo di un approccio aperto e liberale indiano, sono oggi trattati con sospetto. Oggi, qualsiasi coppia interreligiosa è di fatto vulnerabile ad attacchi di gruppi equivalenti ai famigerati gau rakshak (i gruppi di vigilantes armati a difesa della sacralità della mucca, ndt). Ciò si applica non solo in casi in cui una donna hindu sposa un musulmano. Ci sono bigotti e fanatici simili in tutte le comunità. Quando una donna musulmana sposa un hindu, fondamentalisti islamici come il Fronte popolare dell'India ricorrono alla violenza per evitare tali matrimoni. Nemici giurati, come chi appartiene a organizzazioni fondamentaliste di questa o quella religione, hanno molto più in comune di ciò che si degnano di ammettere».

@majunteo

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