I muscoli del capitano: Modi 1, Wto 0

Quasi sottovoce, mentre il mondo esaltava l'accordo storico raggiunto da Cina e Usa sull'impegno a tagliare sensibilmente le emissioni di Co2 dal 2030 (risultato un po' pompato, come sostengono Simone Pieranni e Nicoletta Ferro sul Manifesto di due giorni fa), gli Stati Uniti offrivano a Narendra Modi una vittoria importante per il peso specifico indiano ai tavoli della diplomazia internazionale. Vi ricordate ad agosto quando Modi aveva fatto saltare il banco alla World Trade Organization (Wto) sulle trattative per il Trade Facilitation Agreement (Tfa) e tutti l'avevano additato come eccessivamente cocciuto e arrogante (anche chi scrive)? Ecco, alla fine aveva ragione lui.

La notizia è arrivata ieri in India, con due comunicati di Delhi e Washington, proprio alla vigilia del viaggio di Modi in Australia per il G20. Dopo mesi di trattative nel sottobosco, la diplomazia indiana è riuscita a portare dalla propria parte gli Stati Uniti, che hanno acconsentito alla creazione di un "meccanismo" che impedisca ai membri del Wto di mettere in discussione le politiche di "sicurezza alimentare" indiane a tempo indeterminato, finché non si fosse trovata una soluzione permanente che avesse soddisfatto le richieste di Delhi.

Parte dell'accordo preliminare per dare il via al Tfa, infatti, prevedeva che tutti gli stati membri del Wto rilassassero le proprie politiche di sussidi in materia di beni alimentari primari. Ovvero, levate o ridimensionate i sussidi dello stato che drogano i prezzi al consumo nel paese (secondo tabelle calcolate sui prezzi di fine anni Ottanta...), abbattiamo tutte le barriere e lasciamo che sia "il mercato" a regolare i prezzi di produzione e vendita, così ci guadagniamo tutti (noi del Wto).

Delhi, dati alla mano, avrebbe perso molto più di quanto avrebbe guadagnato dall'entrata in vigore del Tfa così come strutturato al termine dell'ultimo round di colloqui di Bali (dicembre 2013), cioè abbattere barriere e dare uno specchio di quattro anni a tutti per allinearsi alle nuove regole anti-sussidi. L'India spingeva per un periodo di proroga "indeterminato", entro il quale si sarebbe trovata una soluzione permanente per tutelare meglio gli interessi nazionali (garanzie date agli agricoltori, una popolazione che in larga parte beneficia dei programmi di distribuzione di cibo a prezzi calmierati dal governo, per l'India) e internazionali di ciascun membro, ma la comunità internazionale si era schierata sostanzialmente in modo unanime contro i piagnistei di Delhi.

E allora Modi, candidamente, aveva sbattuto la porta: noi non siamo d'accordo, non se ne fa nulla.

Quattro mesi dopo, Modi ha vinto il braccio di ferro. Si porta dalla sua Washington (in funzione anti-cinese? Come solito, difficilissimo dirlo, io penso di no), si presenta al G20 come leader muscoloso, portavoce di un'India decisa a non farsi più calpestare dal resto dei potenti della Terra, rafforza l'immagine interna dell'Uomo solo al comando tra l'altro, proprio in un campo tradizionalmente cavallo di battaglia dell'Indian National Congress: la difesa dei contadini e degli ultimi.

Simili manifestazioni di forza, i muscoli del capitano sfoggiati da Modi senza nemmeno troppa enfasi – questa volta – comportano benefici in termini di credibilità, ma aumentano anche l'esposizione alle insidie delle altre trattative in corso. Tornando alla questione delle emissioni, regolata bilateralmente – come piace fare a Pechino – tra Cina e Usa, ora l'India su questo lato si trova scoperta.

Se prima il grande rifiuto dei paesi in via di sviluppo ai tagli delle emissioni era "guidato", a livello internazionale, proprio da Pechino (e gli altri in coda dietro al bulldozer), ora Delhi deve camminare con le proprie gambe e gestire autonomamente le pressioni internazionali che, di certo, inizieranno ad accumularsi. La via d'uscita, vista l'insofferenza di Modi ai temi ambientali – considerati di intralcio alla missione rilancio economia indiana - potrebbe essere un altro accordo "di facciata" simile a quello stretto a Pechino: va bene, anche noi ci impegnamo dal 2030.

Mancano 15 anni, e di acqua sotto i ponti ne deve passare eccome.

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