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Il caso Yakub Memon è tutto ciò che non va nella giustizia indiana

Domani, secondo le anticipazioni della stampa, Yakub Memon verrà impiccato dallo Stato indiano, colpevole di essere tra i "cosipratori" responsabili dei Bombay blasts del 1993. La sua incredibile storia, che avevamo accennato qui, è destinata a far discutere sia per la differenza di trattamento tra diversi episodi terroristici, sia per il limite dell'applicazione della pena di morte in India, regolata da discriminanti totalmente soggettive. A meno che non arrivi una clemenza presidenziale in extremis proprio il giorno dell'impiccagione.

Gli avvocati difensori di Yakub Memon stanno facendo di tutto per scongiurare l'applicazione di una sentenza di morte assurda, applicata contro un uomo accusato di essere tra i complici dei due responsabili della serie di esplosioni di Bombay del 1993, che causarono più di duecento morti. Se infatti le autorità indiane concordano nel dire che i principali sospettati siano Dawood Ibrahim (il più potente boss della mafia di Mumbai) e "Tiger" Memon (fratello di Yakub), il fatto che entrambi siano di per certo al sicuro in Pakistan, protetti dai servizi segreti di Islamabad, lascia evidentemente spazio a pulsioni di giudizi sommari, un'applicazione della pena capitale come segnale forte contro il terrorismo anti-indiano. E per confortare la destra indiana, convinta che le centinaia di vittime delle esplosioni debbano essere ripagate col sangue di un Memon.
La scorsa settimana la difesa di Yakub Memon ha incassato un primo rifiuto della Corte suprema (attenzione, quando diciamo "Corte suprema", intendiamo "un pool di giudici della Corte suprema": sentenze diverse, in questo caso, sottintendono giudici diversi) di fronte alal richiesta di "petizione curativa", cioè la richiesta alla massima corte indiana di rivedere il caso a pochi giorni dall'esecuzione. Gli avvocati hanno risposto formulando una serie di richieste di grazia/sospensione della sentenza rispettivamente alla Corte suprema (citando irregolarità nell'iter giuridico, i giudici avrebbero annunciato la data dell'impiccagione prima che tutte le opzioni di ricorso della difesa fossero esaurite) e al presidente Pranab Mukherjee.

Oggi la Corte suprema ha confermato che l'iter giuridico è stato rispettato e che quindi la richiesta di sospensione non poteva essere accolta. Tutto regolare, Memon deve essere impiccato domani. L'unica flebile speranza è ora nelle mani di Pranab Mukherjee, che però nel 2011 aveva già rifiutato una richiesta di grazia fatta pervenire dai legali di Memon.

Con ogni probabilità domani, nel giorno del suo 53esimo compleanno, Yakub Memon sarà sentenziato a morte, assecondando le richieste informali provenienti dagli ambienti della destra indiana e dalle famiglie delle vittime dei Bombay bombings del 1993 che, secondo la tv indiana, oggi avrebbero mandato una delegazione a ricevimento col chief minister del Maharashtra Devendra Fadnavis (Bjp) insistendo sulla necessità che Memon venga giustiziato.

Il caso ha almeno due risvolti inquietanti. Innanzitutto, si chiuderà con la morte per mano dello Stato di un COMPLICE di un attentato, mentre tutti gli altri complici nelle mani della giustizia indiana hanno ricevuto una conversione della pena all'ergastolo. Il tutto andando contro quello che dovrebbe essere il "diritto alla vita", come sottolineato dal giudice della Corte suprema Kurian Joseph, in aperta polemica con l'altro giudice della Corte Anil R Dave, che invece spingeva per un'applicazione quanto più dura possibile della legge (i due giudici, in disaccordo, avevano rimandato la sentenza di oggi a un pool della Corte suprema più ampio, coi risultati che abbiamo visto).

Il caso Memon mostra tutta la fragilità dell'applicazione indiana della pena di morte in casi "rarest than the rare", un criterio soggettivo piuttosto labile nel giudizio di crimini comunque gravissimi (qui si parla del più sanguinoso attentato della storia dell'India repubblicana).

Ancor più inquietante, a livello politico, è il contesto che portò all'attentato di Bombay. Un anno prima, nel 1992, l'allora volto di spicco del Bharatiya Janata Party LK Advani, assieme alle sigle dell'ultranazionalismo hindu, condusse una battaglia violenta e identitaria di stampo anti-musulmano, culminata nella distruzione della moschea Babri ad Ayodhya, in Uttar Pradesh. Tra il dicembre del 1992 e il gennaio del 1993 le proteste - inizialmente pacifiche - dei musulmani di Bombay vennero represse nel sangue grazie alla collaborazione delle autorità dello stato con le squadracce hindu-fasciste del Shiv Sena, organizzazione paramilitare ultrainduista guidata allora da Bal Thackeray (morto qualche anno fa, con tanto di esequie in pubblica piazza sostenute dalle massime cariche istituzionali).

In due mesi morirono più di 900 persone, di cui almeno 700 musulmani, in quelli che vennero descritti ex post come "pogrom" contro la comunità islamica alla quale bisognava "dare una lezione" (celebre frase attribuita allo stesso Thackeray).

Nel registro degli indagati, dopo le violenze, furono scritti decine di membri del Shiv Sena, agenti di polizia e leader politici (tra cui lo stesso LK Advani), con accuse che vanno da istigazione all'odio a stupro, omicidio e rogo doloso.

A distanza di 12 anni, come ha ricordato Scroll.in, sono stati condannati solo tre membri del Shiv Sena a un anno di carcere ciascuno per "istigazione all'odio".

 I responsabili politici dei pogrom anti-musulmani, dei quali l'attentato terroristico di Bombay è stata una risposta sanguinosa, hanno continuato e continuano a fare politica tra le file della destra (parlamentare e non) indiana, oggi al potere col governo Modi.

@majunteo

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