Il fattore tempo nel caso marò

L'ultima estensione della licenza di Massimiliano Latorre accordata dalla Corte suprema indiana ha rimandato la data virtuale di rientro in India per il fuciliere al prossimo 30 aprile. Ennesima scadenza assolutamente effimera, parendo chiaro a tutti - da Roma a New Delhi - che il sottufficiale di Marina non farà ritorno in India in tempi brevi. Probabilmente, non ci tornerà mai più, poiché il caso dei due marò è e rimarrà una storia fastidiosamente aperta per l'India e per l'Italia ancora per molto, molto tempo.

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Sui social network alcuni utenti mi hanno chiesto come mai, a quattro anni dai fatti, l'ipotesi di una soluzione definitiva del caso appaia ancora così lontana. Ritengo sia un dubbio dovuto all'abile comunicazione del governo Renzi che, a scadenze regolari e in risposta alle solite strumentalizzazioni speciose della destra italiana, sceglie parole rassicuranti per dare l'impressione di «fare», di avere la situazione sotto controllo. Era già successo, ad esempio, all'indomani della sentenza del Tribunale del Mare di Amburgo che, di fatto, respingeva la richiesta cardine della difesa italiana:far rientrare Salvatore Girone in Italia in attesa del verdetto del collegio arbitrale dell'Aja sulla giurisdizione del caso.  All'epoca il ministro degli esteri Paolo Gentiloni descrisse la performance italiana come «una vittoria».

A oltre sei mesi di distanza, i termini della cosiddetta «vittoria» rimangono oscuri ai più. E anzi, inizia a palesarsi l'effetto dell'intero verdetto dei giudici di Amburgo, che avevano richiesto la sospensione di ogni provvedimento nei confronti di Girone e Latorre da parte  degli organi giudiziari di India e Italia. Per questo, un giorno prima della scadenza della licenza di Latorre, la Corte suprema indiana ha accettato di buon grado di accordare un'estensione di oltre tre mesi, evitando lo scontro sull'interpretazione di quella «sospensione» ordinata da Amburgo.

La situazione, quindi, al momento è cristallizzata come segue: Latorre, in Italia dal settembre del 2014 per l'effetto di quattro estensioni consecutive (per un totale di 19 mesi di licenza per «motivi di salute» giustificata con la necessità di un percorso riabilitativo da intraprendersi in Italia a seguito di un attacco ischemico), continuerà a rimanerci fino a da da destinarsi.
Salvatore Girone, per contro, che non torna in Italia dal marzo del 2013, continuerà a risiedere nell'Ambasciata d'Italia a New Delhi fino a data da destinarsi.

Tutto è nelle mani dell'arbitrato internazionale dell'Aja - voluto dall'Italia - che avrà il compito di decidere chi tra Italia, India o un eventuale paese terzo avrà la giurisdizione del caso di duplice omicidio dei pescatori Ajesh Binki e Valentine Jelastine, per il quale i fucilieri Latorre e Girone sono, al momento, gli unici sospettati.

I tempi del verdetto, nonostante le dichiarazioni di circostanza che ciclicamente arrivano dall'establishment politico italiano, saranno lunghissimi. Basti considerare che il prossimo 18 gennaio i cinque giudici dell'aribitrato (di cui uno italiano e uno indiano) si riuniranno per la prima volta all'Aja per discutere delle «regole procedurali» da applicare per discutere il caso. La prima udienza vera e propria è prevista per la prossima primavera e, secondo la prassi, le parti in causa si rimpalleranno arringhe e contro arringhe in udienze fissate a scadenze di sei mesi. I più ottimisti prevedono un possibile verdetto non prima del 2017 (inoltrato).

Per quanto riguarda la sorte di Girone - al momento l'obiettivo dichiarato è farlo rientrare in Italia in attesa della sentenza dell'Aja - la difesa italiana con ogni probabilità presenterà una richiesta ad hoc all'udienza primaverile. Che solo a quel punto - tra non meno di tre mesi - inizierà ad essere discussa dai giudici. Impossibile prevedere ora per quanto tempo.

Vista la situazione attuale, non c'è alternativa all'attesa, che sarà lunga. Nonostante gli sproloqui di «stillicidio» e invettive indirizzate all'India da diversi politicanti nostrani. L'arbitrato, di fronte al fallimento della trattativa diplomatica e all'atteggiamento dilatorio di India e Italia nei tribunali indiani, l'abbiamo voluto noi.

@majunteo

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