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Il gentismo va in India a ritrovare se stesso

Lunedì notte un gruppo di fedeli hindu, in un villaggio nei pressi di New Delhi, ha assaltato la casa di una famiglia musulmana accusata di macellare, mangiare e conservare in frigo carne di mucca. Mohammad Akhlaq, il padre, è morto, linciato dalla folla; suo figlio è in prognosi riservata. Derubricare il tutto come violenza gratuita e insensata dell'India rurale senza regole sarebbe troppo facile e assolutorio. Proviamo a parlarne inserendo l'evento nel fenomeno del "gentismo", scoprendo che Italia e India, in fondo, non sono così diverse, come invece ci piace pensare.

Il linciaggio di Mohammad Akhlaq è solo l'ultimo episodio di violenza, qui in India, che vede una comunità scontrarsi contro un appartenente a una comunità diversa. Più precisamente, che vede una comunità hindu "giustiziare" qualcuno individuato come "diverso": sia per fede religiosa, per abitudini alimentari, per provenienza geografica.

La violenza, o la discriminazione, si appoggia su sentimenti prettamente identitari, incolpando il "diverso" di infrangere le regole di condotta morale imposte dalla comunità giudicante o, semplicemente, di urtarne i sentimenti. Convinzioni che si fanno realtà, per la comunità, grazie alla propaganda martellante operata da una qualsiasi autorità socialmente riconosciuta: il guru, l'autorità religiosa, il politico, il capovillaggio. E ripresa, spesso, dai media locali.
Nel caso della famiglia Akhlaq, residente nel villaggio di Dadri (Uttar Pradesh), la miccia è stata accesa dall'autorità religiosa del tempio hindu del vicino villaggio di Bisara, che aveva iniziato a diffondere la voce che gli Akhlaq fossero dediti alla macellazione e al consumo di carne bovina: pratica vietata da una certa parte di induismo - esistono branche di induismo tantrico per le quali il consumo di carne è parte integrante della dottrina - ma assolutamente legale secondo le leggi dell'Uttar Pradesh. Il clima di tensione intercomunitaria, già creato a fini elettorali, e l'assenza di reali politiche laiche che regolino in India la convivenza tra comunità eterogenee, sono stati il terreno fertile per l'esplosione di una violenza assurda, sproporzionata e, probabilmente, impunita.

Non si tratta di un caso isolato. La genesi dell'omicidio di Mohammad Akhlaq è la stessa che ha portato, ad esempio, alla strage di Ayodhya nel 1994, alle violenze contro i musulmani rei di condurre in India un Love Jihad, a fenomeni impressionanti come l'assedio al bunker di Guru Rampal e, su una scala di violenza lievemente minore, ai pestaggi che subiscono i cittadini indiani provenienti dagli stati del Nordest o alla rappresaglia contro gli attivisti del movimento Kiss of Love.

Si parte da una credenza, una diceria; si fa montare il caso, grazie a autorità politiche o religiose che sposano una causa (inventata) per raccoglierne un dividendo di consenso e a media compiacenti; si aspetta che un gruppo minoritario, spesso appartenente agli strati sociali più indigenti, si scagli con violenza contro l'obiettivo individuato, spesso del medesimo strato sociale indigente.

Ora, dalla nostra oasi di benessere occidentale, osservando da lontano questi fenomeni, la prima reazione è giudicare (con compassione o disgusto, a seconda) questo genere di avvenimenti come lontani, non solo geograficamente, ma soprattutto culturalmente. Chi di noi, in Italia, si sognerebbe mai di ammazzare di botte una persona che mangia carne di mucca (o magari di cane, per cercare di riadattare la "sacralità" della mucca in India con una "sacralità affettiva" del cane in Italia)? Nessuno.

Eppure il meccanismo in Italia esiste, identico a quello indiano, e non raramente sfocia in episodi di violenza del tutto simili alla violenza "insensata" indiana.

Stamattina, in uno scambio su Facebook col giornalista Giuliano Santoro (al quale devo il titolo di questo pezzo), abbiamo provato a trovare una definizione di "gentismo": «Se il populismo è la capacità di un capo di raccogliere attorno a sè un popolo che lo riconosca come tale, il gentismo ne è la mutazione genetica: è il popolo che diventa gente - cioè massa, audience - e che si fa influenzare da supposte autorità politiche e morali e dai media, anche da quelli 2.0».

Si comincia con una bufala qualsiasi: i 30 euro al giorno agli immigrati, gli zingari che rubano i bambini, l'ideologia gender che vuole distruggere la famiglia tradizionale, i migranti che portano l'Ebola, gli immigrati che «vengono qui a stuprare le nostre donne». Si fa montare il caso, complici i Salvini, i Meloni, i Borghezio, gli Adinolfi, le Santanché e media compiacenti, assieme, a livello di social media, alla viralizzazione di notizie inventate riprese da figure bislacche che guadagnano un'autorevolezza simile ai guru farlocchi indiani (come il caso della campionessa del gentismo Emilia Clementi). Alcuni gruppi insorgono - la "rivoluzione" dei Forconi nel 2013 o, più recentemente, l'avanzata neofascista sotto mentite spoglie nelle periferie romane o la crociata contro la "teoria del gender" - e si crea un clima di tensione malsano dove andare a rimestare consensi facili, creando un caso sociale e facendosene immediatamente portavoce per "la gente". E alla fine arriva la violenza, insensata e assurda, dell'Italia urbana: Mohammad Shahzad Khan ammazzato nel quartiere di Torpignattara a Roma; un ragazzo di 26 anni, omosessuale, aggredito in un parcheggio a Primavalle, Roma; gli assedi ai campi rom o ai Cie in tutta Italia; incidenti come quello di Graziano Stacchio che diventano miti popolari nel far-west del Veneto...

A violenza commessa, l'indignazione popolare viene schiacciata dalle autoassoluzioni di una parte politica: «Gli italiani non ce la fanno più! Prima gli italiani!» come «La comunità hindu adora le mucche. A chi non ribollirebbe il sangue nel sapere che qualcuno le macella?».

La barbarie dell'India rurale, a migliaia di chilometri dalla nostra Italia progressista e democratica, in fin dei conti non è poi così lontana.

[Nella foto: membri della famiglia di Mohammad Akhlaq]

@majunteo

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