Il più grande spettacolo della democrazia?

Le elezioni in India si avvicinano e iniziano a comparire i primi articoli preparativi sui media italiani. Prepariamoci, sarà una campagna elettorale di elefanti e pubblico con un enorme karma negativo da scontare.

 

Il primo articolo che ho letto sul tema l'ha firmato Ugo Tramballi per il suo blog Slow News, ospitato dalla piattaforma del Sole 24 Ore, quotidiano del quale è corrispondente.

Tramballi, a differenza di molti che scrivono di India, non può essere assolutamente inserito nella categoria dei "giornalisti da aperitivo", è un corrispondente che l'India l'ha vista e l'ha vissuta, immagino: ci ha scritto un libro e una serie di reportage interessanti (questo, ad esempio, pubblicato qualche anno fa proprio da East). Proprio per questo motivo leggendo alcuni passaggi del pezzo piange sinceramente il cuore, rilevando che la tentazione all'elefantismo giornalistico si conferma la piaga regina dell'India raccontata sui nostri giornali.

Con elefantismo intendo tutta la serie di convenzioni e immagini evocative delle quali pare non si possa proprio fare a meno quando si prova a raccontare al pubblico italiano cosa succede in India. Nel pezzo in questione non bastano i numeri stratosferici della politica indiana - "830.866 seggi in 543 collegi elettorali...8.070 candidati di 370 partiti registrati" etc. - ma bisogna indugiare nel mistico, specificando che parlare di elezioni indiane significa "raccontare il più grande evento democratico del mondo e il romanzo di una dinastia, un karma, una spiritualità". E tranquilli, dentro al pezzo ci sono anche il Mahatma Gandhi e perfino degli elettori costretti a raggiungere il seggio solo "a dorso di elefante".

Lasciando perdere le scelte stilistiche - leggendo l'altro pezzo di Tramballi presumo siano la strategia per avvicinare un maggiore pubblico all'argomento, il trucco del "wow!" - personalmente non credo che le elezioni indiane siano tutto questo spettacolo di democrazia.

Certo, numericamente l'India è la prima democrazia al mondo. Certo, la scelta di Nehru di non virare verso l'autoritarismo di stato - come sempre nel pezzo presentata in contrapposizione al maoismo cinese, omettendo la svolta dittatoriale della figlia stessa di Nehru, Indira, invece elogiata come donna "dagli attributi politici" - rappresenta una dimostrazione di coraggio, perlomeno nelle intenzioni, meritevole di menzione.

Ma osservando l'India da dentro non si può non approfondire i limiti mastodontici che la democrazia indiana, in 62 anni di attività, ha messo periodicamente sotto gli occhi di chi voleva vedere. È la distanza che divide la democrazia idealizzata da quella effettiva, che vede ogni anno recarsi alle urne milioni di elettori ed elettrici indiane in una condizione di analfabetismo sia nel senso letterale che politico.

L'orizzonte di comprensione della stragrande maggioranza degli aventi diritto al voto (il 70 per cento dell'India, quella rurale) alla prova democratica non va oltre i limitati - e fondamentali - interessi locali, senza avere un benché minimo senso di nazione, un'idea che quel voto vada a determinare le manovre del subcontinente a livello globale. O peggio ancora, l'ascesa dei partiti locali dimostra proprio il fallimento dei presupposti democratici indiani che volevano unire un territorio enorme lasciando decidere alla gente - parliamo a livello teorico - cosa fare della cosa pubblica. Gli indiani vanno a votare pensando, giustamente, ai problemi immediati che hanno sotto gli occhi ogni giorno: il cibo, le strade, il lavoro che non c'è o, ancora più nel dettaglio, gli interessi prettamente religiosi, di casta, di gruppo etnico.

Nel passato recente l'esito alle urne indiane ha decretato un sostanziale immobilismo nel parlamento centrale di Delhi, la Lok Sabha, l'assemblea chiamata a decidere delle sorti del paese perennemente bloccata dagli scontri feroci tra stati - litigi sulla costruzione di centrali elettriche, sfruttamento delle risorse idriche, derrate alimentari, aiuti del governo centrale - e tra maggioranza e opposizione, con in più la variabile impazzita delle alleanze coi partiti locali, il vero ago della bilancia delle dinamiche politiche interne al subcontinente.

Penso che il diritto di voto, per quanto numericamente esteso come in India, non possa essere sinonimo di democrazia. Nello specifico mi sembra che l'esito delle votazioni indiane sia stato un grande esercizio di finzione, poggiato sulle fondamenta di corruzione e voto di scambio che neutralizzano ogni reale intento democratico, condannando un paese che necessita drammaticamente di riforme importanti e misure urgenti ad aspettare il prossimo Godot alle urne.

Per rendere giustizia all'India e alla democrazia indiana credo occorra far emergere anche queste caratteristiche peculiari - cosa che, lo ripeto a scanso di equivoci, Ugo Tramballi ha fatto in passato - senza fermarsi ai numeri e agli effetti speciali. Altrimenti le prossime elezioni del 2014 rimarranno davvero uno spettacolo di elefanti, karma, spiritualità e pollo al curry.

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GUALA
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