Il primo investitore nel miracolo indiano? Mauritius (?!)

Col rallentamento della crescita cinese e la «nuova normalità» à la Xi Jinping, la retorica internazionale sul miracolo indiano ha ripreso fiato, galvanizzando quelli che «l'India cresce più della Cina». Tra gli indicatori del successo modiano si cita spesso il record di «foreign direct investments» (Fdi) attratti quest'anno dall'India («più della Cina!»), ma andando a vedere i numeri salta fuori lo strano caso del primo stato di provenienza degli investimenti stranieri diretti nel subcontinente: Mauritius.

La curiosità del dato mi era già passata sotto gli occhi qualche mese fa e, parlando col caro Diego ci eravamo ripromessi di indagare. Due giorni fa lo stesso Diego mi ha segnalato questo interessante articolo pubblicato dal The Hindu che, per certi versi, conferma alcuni dei sospetti che avevamo.

Il giornlista G.Sampath, dati alla mano, ricorda come  Mauritius sia in testa alla classifica degli Fdi arrivati in India negli ultimi 15 anni, ammontando al 34 per cento del totale e doppiando il volume di giganti come Stati Uniti, Giappone, Cina e Regno Unito. Sampath, come chiunque altro legga questi dati, si chiede: ma da dove arrivano tutti questi soldi (91 miliardi di dollari, in 15 anni) considerando che Mauritius è uno sputo nell'Oceano, finanziariamente parlando?

L'ipotesi è che gli stessi imprenditori indiani utilizzino l'arcipelago come hub per la pratica del «round tripping». O meglio, come spiega bene Sampath citando un collega francese:

«Un ricco indiano, diciamo, potrebbe mandare un mucchio di suoi soldi in Mauritius, dove poi vengono schermati attraverso un sistema di segretezza e rispediti in India come Fdi. Così eviterebbe di pagarci le tasse sopra in India».

Mauritius, come altre isolette più o meno note, gode del regime di paradiso fiscale, ritagliandosi un ruolo cruciale nella gestione del passaggio di denaro tra stati. Nel caso specifico indiano, inoltre, il caos sulle leggi relative alla doppia tassazione (che il governo Modi ha promesso di sbrogliare, ma che ancora non ha fatto) spinge diversi attori del mercato internazionale a chiudere affari spostando poi le somme di denaro pattuite con l'India attraverso «rappresentanze» aperte ad hoc in Mauritius, che invece con l'India ha una legge sulla tassazione chiarissima: nelle transazioni tra India e Mauritius, New Delhi si impegna a non tassare le plusvalenze, facendo valere solo le leggi in materia mauriziane. Che, guarda un po', non prevedono tassazione sulle plusvalenze.

Per questo, la tesi di Sampath - da approfondire, e lo faremo prendendoci il tempo necessario - indica che dietro la propaganda del miracolo indiano e dell'invasione di investimenti dall'estero record ci possa essere una verità un po' meno epica. Gli imprenditori indiani potrebbero essere i primi investitori «stranieri» dell'India, per un puro giochino di evasione fiscale.

@majunteo

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