Il significato in India della parola «stupro»

L'«emergenza  stupri» è tornata a scuotere l'opinione pubblica indiana. A Delhi, il chief minister Arvind Kejriwal vuole pene più severe e abbassare ulteriormente la soglia della minore età per la responsabilità penale. Ma c'è una grande incomprensione di massa su cosa significhi, in India, «stupro», che assume forme e modalità molto molto diverse da quelle criminali.

REUTERS/Anindito Mukherjee

Gli stupri in India hanno assunto ormai da tempo la dimensione mediatica di «piaga», come fossero un male di natura virale di fronte al quale il genere umano, dotato di buon senso e buona volontà, si ritrova disarmato, vittima senza via di scampo.
Gli ultimi due episodi in ordine di tempo, orripilanti come ormai siamo abituati a prevederli, raccontano di due bambine di cinque e due anni e mezzo, rapite in due situazioni distinte la scorsa settimana a Delhi e violentate da due gruppi di uomini (adulti e minorenni), già rintracciati e arrestati dalle forze dell'ordine locali.
L'orrore si è trasformato in occasione per il governo locale della capitale indiana (controllato dall'Aam Aadmi Party con Arvind Kejriwal) che chiedeva a quello centrale (Bharatiya Janata Party di Narendra Modi) di rinunciare al controllo – sancito dalla legge – delle forze dell'ordine di New Delhi, delegandolo all'amministrazione locale della città, vista la plateale incapacità di opporsi alla diffusione della «piaga» degli stupri.
Come solito, si incoraggiano soluzioni autoritarie a un problema culturale – che sfocia nel patologico, probabilmente – in risposta a un nervosismo crescente tra la popolazione indignata, che si sente non protetta adeguatamente da chi dovrebbe farlo.
Indignazione più che comprensibile e giustificabile, anche a fronte di numeri sciorinati alla stampa come radiografia dell'emergenza stupri: solo a Delhi, nel 2014, sono stati denunciati alla polizia di New Delhi oltre duemila violenze sessuali.

Di conseguenza, d'accordo sul significato della parola «stupro», l'opinione pubblica è portata a pensare che almeno duemila volte - senza contare le violenze non denunciate, e chissà quante sono - uno o più uomini abbiano abusato sessualmente di una donna o di una bambina (glisso volutamente sulla violenza sessuale contro uomini o bambini, che pur esiste e non è infrequente, ma fatica molto a bucare l'omertà e la notiziabilità, ne riparleremo magari un'altra volta).
E non potrebbe (potremmo) sbagliarsi di più.

Stamattina il The Hindu ha pubblicato un articolo estremamente ben organizzato di Rukmini Shrinivasan, dal titolo More punishment is not less crime (e già solo per questo ci vorrebbero 92 minuti di applausi).
Nel pezzo, Shrinivasan esordisce raccontando la storia di un ragazzo – senza nome, nell'articolo – rimesso in libertà dopo quattro anni di carcere e assolto dall'accusa di rapimento a fini sessuali di una ragazza all'epoca sedicenne. Dopo quattro anni, i giudici hanno accettato la versione che la ragazza aveva dato dall'inizio (la denuncia era stata fatta dai genitori):
«Ero un'adulta, ero innamorata di lui, sono scappata con lui per evitare il matrimonio che mio padre aveva deciso per me, voglio che mio marito sia liberato immediatamente».

Si apre quindi una casistica disparata di eventi che vengono, erroneamente, inclusi nella categoria «stupro»: coppie che scappano da matrimoni combinati, uomini accusati di stupro «ex post», cioè di aver fatto sesso consenziente dietro la promessa di matrimonio ma che poi non hanno sposato la partner...

Shrinivasan la chiama «parental criminalisation of consenting young couples». In breve, può capitare che i genitori di una ragazza per impedire lei scappi con la persona che ama o per «ristabilire» in parte l'onore della figlia, accusino il partner di «violenza sessuale», trovando sponda in autorità che differenziano ancora adeguatamente tra violenza sessuale vera e propria e altre forme di «offesa» che hanno più a che fare col pudore e il sistema di valori della «decenza indiana» che con la criminalità.

Per fare questo, indica la giornalista citando uno studio che ha preso in analisi la casistica di Mumbai, spesso le famiglie della «vittima» dichiarano un'età inferiore ai 16 anni, così che la parola della ragazza non abbia valore – per legge – in tribunale.

Può capitare, ma quanto capita? Secondo il The Hindu, che ha studiato le carte di tutti i 600 casi passati in giudicato a Delhi nel 2013, più di un terzo rientra nella categoria della «parental criminalisation of young couples». Significa che un «presunto stupratore» su tre, alla prova dei fatti, non è uno stupratore.

Su questa casistica, fomentato dall'indignazione collettiva, si innesta l'inasprimento delle leggi contro la violenza sessuale. Il governo Modi ha abbassato la maggiore età per la responsabilità penale «da adulto» a 16 anni – venendo incontro alla rabbia della popolazione di fronte al trattamento da «minorenne» riservato a uno degli stupratori di Jyoti Singh nel dicembre del 2012, che aveva 17 anni – e ora Kejriwal, a New Delhi, la vuole portare a 15 anni. Contestualmente, si sta andando verso un inasprimento delle pene per la violenza sessuale: attualmente si è arrivati, al terzo grado di giudizio, fino all'ergastolo; gli stupratori del 16 dicembre 2012 hanno una condanna alla pena di morte in primo grado.

C'è quindi un problema di commistione tra diritto e usanze, tra crimine a rigor di legge e «crimine» morale: una confusione pericolosissima che, come per il ragazzo di cui sopra, può significare quattro anni di carcere scontati bollato come stupratore solo per essere scappato con la ragazza che amava. E  questo problema lo si vuole risolvere col pugno di ferro della legge, senza predisporre misure più assennate. Alcune le elenca la stessa Shrinivasan: aumentare l'illuminazione notturna, asili nelle zone più povere della città, creazione di aree per far giocare i bambini in sicurezza – non in mezzo alla strada o tra vicoli non sicuri – e di «community center», luoghi di ritrovo tipo i nostri oratori. Aggiungo io: più educazione sessuale nelle scuole, allentare le maglie del «decoro», smettere di criminalizzare il sesso prematrimoniale consenziente.

Ecco, in India queste cose non stanno succedendo, e i problemi di oggi, domani, potranno solo ingigantirsi.

@majunteo

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