India avversario credibile per la Cina? It's a long long way

Il presidente cinese Xi Jinping ha messo sul tavolo 46 (quarantasei!) miliardi di dollari da investire nelle infrastrutture pakistane, per la gioia del presidente Nawaz Sharif. Le mosse di Pechino, più che a compartimenti stagni, devono essere analizzate in maniera consequenziale e in parallelo alla politica estera di Narendra Modi. Che al fianco di quella cinese, rivela il gap abnorme che divide New Delhi da Pechino.

Torniamo un po' indietro nel tempo, all'anno scorso, quando lo stesso Xi Jinping - in visita a New Delhi - aveva firmato contratti di cooperazione per 20 miliardi di dollari: fondi che sarebbero andati a sostenere la realizzazione di nuove infrastrutture in un'India che vuole - e deve - crescere, ma non può che farlo coi soldi degli altri. In quel frangente, dopo le solite tiritere sulla lotta all'ultimo sangue tra i due giganti d'Asia, si era parlato di disgelo, addolcendo una retorica dello scontro totale che - ne sono sempre più convinto - risulta altamente fuorviante.

Lo scontro tra India e Cina non esiste perché, molto banalmente, al momento giocano proprio in due campionati diversi.

L'India di Modi è  un paese dal potenziale enorme, per una serie di dati lampanti: una forza lavoro giovane e sterminata (nel senso di molto vasta, non pensiamo male), ricchezza di risorse naturali, margine di miglioramento tendente all'infinito per quanto riguarda infrastrutture e benessere, che comporta maggiore potere d'acquisto interno. È a tutti gli effetti un archetipo del "mercato del futuro". L'impressione, però, è che la mancanza di fondi nazionali e il gap infrastrutturale col competitor principale, la Cina, segnino oggi un divario difficilmente superabile in tempi brevi.

Basta un dato molto immediato per accorgersene: Modi in quasi un anno di mandato ha girato il mondo a chiedere soldi, cioè a convincere gli investitori della bontà del proprio progetto (costruito sulla campagna Make in India); Xi Jinping ha girato il mondo dando soldi in giro, cioè consolidando uno strapotere economico e geostrategico che Pechino già esercita.

L'esempio pakistano ci serve per capire meglio  da un lato la strategia cinese e dall'altro l'impresa di rincorsa titanica che Modi sta cercando di compiere.

I 46 miliardi cinesi andranno a potenziare le infrastrutture e il settore energetico pakistano quasi esclusivamente in funzione del porto di Gwadar, situato nella regione turbolenta del Belucistan.

Il porto di Gwadar, che in pratica è cinese (gestito da una società cinese e già operativo), per Pechino rappresenta il principale accesso al Mar d'Arabia, ovvero all'Oceano Indiano (qui un'analisi che scrissi per Pagina99 sul finto scontro tra Cina e India nell'Oceano Indiano), e servirà a far girare le merci cinesi più agevolmente in un bacino oceanico sul quale si stanno già giocando gli equilibri commerciali mondiali di oggi e di domani: per l'Oceano Indiano passano via cargo (il 90 per cento dei quali costruiti in Cina) oltre il 30 per cento delle merci mondiali e oltre l'80 per cento del petrolio.

L'idea di Pechino è creare una rete di trasporto e comunicazione che colleghi Gwadar a Kashgar, in Xinjiang, permettendo alla Cina di accorciare la strada per le sue merci tagliando fuori tutto il sud-est asiatico. Ma per fare questo serve modernizzare tutti i 3000 km che dividono Gwadar da Kashgar. Un'opera monstre che comprende strade, ferrovie, centrali elettriche, il tutto - altro coefficiente di difficoltà - attraversando due regioni martoriate da conflitti settari: in Balucistan i Taliban pakistani da anni combattono contro le forze regolari di Islamabad, contrari allo sfruttamento della loro terra al quale non si accorda alcun beneficio per le minoranze etniche locali (il tutto, come solito, viene potenziato dalla leva dell'estremismo islamico); in Xinjiang gli indipendentisti uighuri si oppongono alla sinizzazione del territorio operata da Pechino, organizzandosi in movimenti anche terroristici.

Il pragmatismo di Pechino, di fronte a questo scenario, risponde con "e chi se ne frega, ci pensiamo noi". I soldi per le infrastrutture ce li mette tutti la Cina, dando inizio al circolo virtuoso che allunga prestiti ad un paese straniero col vincolo di impiegare poi aziende (e spesso manodopera) cinesi nel processo di realizzazione delle opere. In sostanza, gli investimenti escono dalla Cina e rientrano nel paese sotto forma di contratti pagati da stati stranieri coi soldi cinesi alle aziende cinesi.

Gli effetti del benessere nel territorio pakistano - se ci saranno - si apprezzeranno solo a fine lavori, prevista entro due o tre anni.

Per quanto riguarda la sicurezza oltre confine, l'esercito pakistano pare abbia approntato un gruppo speciale di 3000 soldati che dovrebbero scortare materiali e funzionari cinesi per tutta la durata dei lavori; in Xinjiang, immaginiamo, sarà l'Esercito popolare di liberazione cinese a fare lo stesso.

Se sulla disumana efficienza cinese non ci son dubbi, la stampa pakistana teme che un progetto sulla carta liscio come l'olio possa accartocciarsi su se stesso per colpa dell'inettitudine della politica pakistana, che rischia di mandare all'aria una somma di investimenti che, in una botta sola, supera tutti i dollari che gli Usa hanno dato ad Islamabad dal 2002 ad oggi (molti dei quali, notano sull'Express Tribune, destinati all'acquisto di armamenti).

Detto molto chiaramente, l'India, al momento, è tecnicamente nella stessa posizione del Pakistan, è un paese che ha bisogno di fondi che arrivino da fuori per sfruttare a pieno il proprio potenziale. A differenza del Pakistan, però, New Delhi non è disposta ad appaltare la propria autonomia economica a un investitore straniero, e cerca quindi di attrarre investimenti che portino a un mutual benefit in tempi piuttosto brevi. Problema che Islamabad, in una situazione sociopolitica disastrata, non si può nemmeno porre.

Se l'India progetta di diventare un contraltare credibile dell'ascesa cinese a livello mondiale, al Pakistan di oggi va più che bene ricevere un mare di soldi da Pechino senza fare troppe domande e, soprattutto, essendo disposti a proteggere militarmente quegli investimenti senza che nessuno ci metta il becco (e la Cina in questo è maestra, portabandiera della politica di "non ingerenza" negli affari di altri).

Insomma, la rincorsa di Modi al gigante cinese assume ogni giorno connotati da fatica di Ercole e necessiterà di una rete di controinvestimenti al momento molto improbabile: Pechino ha dimostrato di avere la potenza economica necessaria per consolidare il proprio strapotere almeno nel breve termine (al netto di disastri economici in Cina molto annunciati ma non ancora esplosi, come la bolla immobiliare o il crack del sistema finanziario interno); l'India di oggi, decantata ingiustamente come potenza economica fatta e finita, deve ancora percorrere tutti gli stadi di adeguamento infrastrutturale e creazione di una rete di dipendenze commerciali che la Cina, al contrario, ha già abbondantemente superato.

Quei soldi di certo non arriveranno da Pechino, almeno non in quantità davvero decisive. E se non ce li mette la Cina, quei soldi, chi ce li mette? Gli investimenti europei - mentre qui stiamo ancora provando a uscire dalla crisi del 2008 - e statunitensi saranno abbastanza, considerando che la Russia pare completamente inglobata nelle dinamiche geopolitiche cinesi (contrattino da 400 miliardi di dollari per il gas naturale firmato nemmeno un anno fa)?

Per dirla con Caetano Veloso, it's a long way.

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@majunteo

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