Il boom indiano rallenta a causa della demonetizzazione e della nuova Iva nazionale. E in un anno segnato dalle violenze contro i nemici dell’hindutva, il premier punta sulla retorica suprematista per non perdere consensi. Il 2018 ci dirà se l’egemonia del Bjp è davvero a rischio

Il premier indiano Narendra Modi durante una manifestazione elettorale neol Gujarat, 12 dicembre 2017. REUTERS

Delhi (India) - Questo 2017 indiano, terzo anno e mezzo su cinque da primo ministro per Narendra Modi, per la maggioranza di governo e per il paese è stato l’anno del “nonostante”, l’anno in cui la macchina del consenso del Bharatiya Janata Party (Bjp) ha iniziato a dare i primi segno di cedimento ma alla fine, ed è ciò che conta, ha dimostrato di saper tenere.


LEGGI ANCHE : Perché l'India è scossa dalla rivolta degli intoccabili


Il Paese, secondo le previsioni del 2016, avrebbe dovuto continuare la tendenza estremamente positiva della crescita del Pil, attestandosi intorno al 7,5 per cento. Risultato drammaticamente mancato a causa di due misure fortemente volute proprio dal primo ministro Modi: la «demonetizzazione» del novembre 2016 (i cui strascichi negativi hanno influenzato in negativo la prestazione economica del paese almeno fino alla prima metà del 2017) e l’introduzione della Goods and Service Tax (Gst), una sorta di Iva unificata nazionale che è andata a sostituire il dedalo di tasse e dazi locali che regolava gli scambi tra Stato e Stato.

Se sulla prima misura l’opinione quasi unanime degli osservatori sancisce un fallimento senza appello su tutti i fronti – recupero di «fondi neri» minimo, allargamento della base fiscale infinitesimale, lotta alla corruzione o alla contraffazione di contante nulla, impercettibile aumento delle transazioni «digitali» - che ha duramente colpito ampie fasce della popolazione indiana con un «credit crunch» senza precedenti, per quanto riguarda l’introduzione della Gst non si può negare il traguardo storico raggiunto dall’amministrazione Modi: da anni il paese, anche sotto la gestione dell’Indian National Congress (Inc), tentava di varare questa enorme riforma fiscale. Questi primi sei mesi transitori verso il nuovo sistema fiscale unificato hanno creato non pochi grattacapi alle imprese indiane, specie le piccole/medie, ma la Gst darà di certo i suoi frutti sul lungo termine.

Complici questi due fattori, per la prima volta Narendra Modi e il Bjp hanno dovuto gestire la Cosa Pubblica indiana avendo per le mani aspettative platealmente disattese – crescita crollata fino al 5 per cento a metà 2017 – senza più il lusso del tempo futuro: a oltre metà mandato, l’elettorato indiano che aveva elevato Modi a leader del Paese sulla scia dell’entusiasmo per promesse di progresso e arricchimento per tutti, vuole vedere risultati concreti. E di risultati, senza contare la mancanza cronica di posti di lavoro, il Bjp da mostrare a fine 2017 ne ha pochini.

Non a caso, come dimostrato durante la campagna elettorale in Gujarat, per far fronte alla mancata crescita economica il partito conservatore hindu ha messo in soffitta la retorica del «vikas» (progresso, in hindi, e parola d’ordine del modismo), ripiegando agilmente sul populismo ultrahindu più becero. Ringalluzzendo l’intolleranza religiosa che sempre ha serpeggiato e che con la demolizione della moschea Babri del 1992 – 25 anni fa quest’anno – è entrata prepotentemente a far parte del discorso politico nazionale, l’odio interreligioso si è rivelato ancora una volta lo stratagemma infallibile cui ricorrere in tempi di magra.

Sulla scia di decine e decine di crimini commessi contro i nemici dell’hindutva (il suprematismo hindu) che hanno colpito le comunità dalit e musulmana, oltre a giornalisti - come Gauri Lankesh -, intellettuali, scrittori, attori, registi, scienziati, giudici, il Bjp che prometteva benessere e modernità per tutti si è tenuto a galla, alle urne, grazie allo spauracchio della difesa dei «valori indiani». Un concetto vuoto riempito dal dogmatismo ultrahindu che, nel 2017, ha trovato nei linciaggi di musulmani accusati di mangiare manzo l’espressione più terrificante.

In questo contesto, mentre gli ambienti indiani più progressisti denunciano il quasi compimento del progetto ultrahindu di un hindu rashtra (nazione hindu) che sostituisca l’India nehruviana laica e tollerante, il panorama politico indiano per mesi non ha offerto alcuna alternativa concreta allo strapotere del Bjp. A fine anno l’elevazione di Rahul Gandhi alla presidenza dell’Inc e il risultato positivo registrato in Gujarat hanno ridato speranza alle opposizioni, prefigurando una corsa alle nazionali del 2019 meno scontata di quanto si pensasse.

Il 2018, in questo senso, sarà un anno di transizione, votato interamente alla preparazione della campagna elettorale permanente che, fino al 2019, terrà banco nel Paese. L’anno prossimo si voterà per le assemblee parlamentari locali negli stati di Meghalaya, Nagaland, Tripura, Mizoram Karnataka, Chhattisgarh, Rajasthan e Madhya Pradesh: in questi ultimi due, dove il Bjp solitamente dilaga, si potrà misurare la presunta crisi del partito e la ancora più presunta «rinascita» del Congress sotto il segno di Rahul Gandhi.

Il partito di Modi rimane al momento assolutamente senza rivali e, nel 2018, dovrebbe anche godere dell’esaurirsi degli effetti nefasti che demonetizzazione e Gst hanno avuto sull’economia del Paese. La stampa indiana già parla di rimbalzo, con la crescita del Pil tornata oltre il 6 per cento nell’ultimo trimestre e proiettata quasi all’8 per cento per il 2018. Se questo significherà un ritorno alla «politica della speranza» o se l’intolleranza religiosa continuerà a farla da padrone nel discorso politico indiano, rimane tutto da vedere.

@majunteo

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE