L'India contro le ong: bloccati fondi esteri a oltre 10mila organizzazioni

I rapporti tesi tra organizzazioni non governative e amministrazione Modi non sono purtroppo una novità. Il mese scorso però la «guerra fredda» tra il governo indiano e le ong ha raggiunto una nuova apice dello scontro, in seguito alla decisione delle autorità locali di ritirare o non rinnovare a oltre 10mila ong la licenza per ricevere donazioni dall'estero, la spina dorsale di fondazioni attive nel paese anche per mettere una pezza alle mancanze del governo. Tutto per preservare gli «interessi nazionali».

Lo scorso 5 novembre il Times of India dava conto della decisione del ministero degli interni indiano di revocare la licenza per ricevere donazioni dall'estero a 25 ong attive nel paese, accusandole di portare avanti «attività sfavorevoli agli interessi nazionali».

In aggiunta alle 25, la medesima licenza è stata sospesa ad altre 11.319 organizzazioni non governative, ree di non aver presentato la documentazione necessaria entro la data prestabilita, o di averla presentata in parte.

La notizia, ripresa dal Guardian, delinea un ambiente altamente ostile per tutte le ong attive sul territorio indiano, percepite dalle autorità come spine nel fianco e promotrici di «cattiva pubblicità» del paese all'estero. Con quest'ultimo taglio delle licenze, le ong che possono attingere da fondi provenienti dall'estero in India sono state quasi dimezzate rispetto a due anni fa.

Nonostante le autorità non abbiano divulgato i nomi delle ong colpite dalla misura, diverse organizzazioni hanno confidato al quotidiano inglese la loro frustrazione.

Henri Tiphagne, presidente di People's Watch, ha spiegato: «Il governo [indiano] è determinato a stroncare il dissenso. Io condivido pienamente il principio secondo cui le ong devono essere trasparenti e per questo abbiamo consegnato tutta la documentazione richiesta, mettendo anche online i nostri bilanci degli ultimi dieci anni. Ma il governo dovrebbe quanto meno dirci perché ha deciso di intraprendere questa strada, almeno sapremmo contro cosa stiamo facendo appello».

Pare infatti che le autorità indiane, ritirando le licenze, non abbiano specificato ai sensi di quale legge e per quali demeriti la misura sia stata adottata. Nel documento, rivelano altre ong, veniva citato solo un «rapporto sul campo» redatto da «un'agenzia statale», senza indicare né il nome dell'agenzia né il contenuto di tale rapporto.

Anche la dicitura «interessi nazionali» risulta piuttosto vaga e si presta a interpretazioni piuttosto allarmanti. Le politiche intraprese negli ultimi due anni e mezzo dall'amministrazione Modi sono state varate all'insegna dell'appetibilità per i mercati internazionali, andando a colpire le tutele di soggetti deboli come braccianti e tribali (che lavorano su terreni giudicati dal governo più proficui se convertiti a uso industriale) e le leggi per la tutela ambientale del territorio. Ambiti in cui si concentra il lavoro di migliaia di ong in contatto con le comunità locali che, secondo il governo, evidenziando i problemi interni in India non fanno altro che screditare il paese davanti agli investitori internazionali.

Tra i casi più preoccupanti degli ultimi tempi si ricorda la vicenda di Priya Pillai, attivista di Greenpeace India. Pillai, nel gennaio del 2015, avrebbe dovuto partecipare a una conferenza ospitata dal parlamento britannico sul tema della foresta di Mahan, in Madhya Pradesh, e i ricatti subìti dalla popolazione locale per spingerla a vendere i propri terreni in favore della realizzazione di una centrale elettrica. Pillai, senza alcuna avvisaglia precedente, era stata bloccata al check in di New Delhi dalle autorità aeroportuali indiane, scoprendo di essere stata inserita all'interno di una «black list» nazionale che vietava l'espatrio a soggetti che «minacciavano la sicurezza nazionale».

@majunteo

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