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Surviving Delhi #20: Come fanno gli indiani

L'ultima volta che mi sono ritrovato nel bel mezzo di una crisi nazionale in India è stata l'estate del 2012, durante il più grande blackout della storia: 300 milioni di persone senza corrente per due giorni in tutta l'India del nord e io pacificato nella campagna del Bengala occidentale a boccheggiare al lume di candela durante la stagione dei monsoni.

Tutto intorno, centinaia di bengalesi abituati a fare a meno del lusso elettrico e redazioni in Italia in modalità terroristica: «Devi raccontarci la gente nel panico, guarda questo pezzo di Rampini, così», scrivevano dall'Italia riportando la puntuale cronaca dell'Armageddon a New Delhi messa insieme da un inviato di punta chissà se all'epoca seduto in salotto a Milano, in redazione a Roma, da Starbucks a New York o in veranda vista lago di Houhai a Pechino. Di certo, non in India.

Il pezzo, spedito centellinando la batteria residua del portatile messo a luminosità dello schermo minima per poter ricaricare contemporaneamente il cellulare con la connessione alla rete 2G, non fu mai pubblicato né pagato: il neonato giornale online evidentemente non reputava consono il racconto di una comunità rurale perfettamente attrezzata per far fronte agli imprevisti tecnici di una modernità parziale e discontinua, proprio come l'allacciamento al sistema elettrico nazionale. Nel giro di 48 ore tutto tornò alla normalità, nelle città si riaccese l'aria condizionata e nelle campagne si rimettevano nelle credenze le candele, pronte all'uso. Allora, da occidentale privilegiato, per non farsi prendere dal panico era bastato riallineare le proprie necessità al livello delle classi più basse, un training autogeno temporaneo per capire che, a tempo determinato, anche le pale del ventilatore potevano essere considerate superflue, «come fanno gli indiani».

L'8 novembre 2016 il mantra «come fanno gli indiani» ha comportato qualche aggiustamento. Quattro anni e mezzo dopo i miei «indiani di riferimento» sono cambiati. Ora, in una delle aree più posh della capitale indiana, i miei vicini di casa girano in macchinoni con autista, hanno servitù che ogni mattina lucida i vetri dei loro Mercedes, le donne fumano passeggiando per i viali alberati della nostra «colony», come si dice, e i minimarket gestiti da anziani delhesi coi ciuffi di peli bianchi che escono dalle orecchie accettano pagamenti cashless dalle app degli smartphone. Qui, in mezzo alla créme della créme dell'India urbana, i «poveri» senza driver, conto in banca e le app per il cashless payment siamo noi.

L'8 novembre alle 20 il primo ministro indiano Narendra Modi ha annunciato a sorpresa che dalla mezzanotte dello stesso giorno tutte le banconote da 500 e 1000 rupie in circolazione nel paese (pari all'86 per cento della cartamoneta presente fino alla scorsa settimana nel mercato indiano) erano da ritenersi «carta straccia», fuori corso. Una misura per colpire i corrotti e gli evasori fiscali, costringendoli – assieme a tutti gli altri – a recuperare il valore perduto delle proprie banconote cambiandole in banca o in posta o versandole sul proprio conto senza timore di multe fino a depositi pari a 2,5 lakh di rupie (3430 euro, più o meno) fino al 30 dicembre. Oltre quella soglia, le autorità controlleranno la provenienza del denaro e applicheranno multe fino al 200 per cento della somma illegale eventualmente versata, a norma di legge.

In pochi minuti, le 13mila rupie in pezzi da 500 e 1000 che avevo nel portafogli sono diventati pezzi di carta senza valore e, dalla mattina seguente, ho iniziato a prendere spunti per fare «come fanno gli indiani».

Nel panico generalizzato di un’intera società con un potere d’acquisto cartaceo sostanzialmente azzerato, le varie sfaccettature di India residenti a New Delhi si sono mosse secondo esigenze di classe. Nelle banche e nelle poste, fino a tre ore prima dell’apertura alle nove di mattina, migliaia di donne e uomini della Delhi lower class (domestiche, autisti, rikshawalla, venditori di chai e verdura, garzoni di bottega e «tuttofare» al servizio delle famiglie upper middle class) si sono messe in fila a cambiare la propria valuta senza valore, mandando in tilt il sistema bancario nazionale e prosciugando le riserve di banconote sempre entro mezzogiorno. I bancomat, che non erano stati tarati per la distribuzione dei nuovi tagli da 2000 rupie, in larga parte sono rimasti chiusi o, nel migliore dei casi, hanno esaurito i contanti in pochi minuti.

La loro quotidianità economica, fatta di transazioni di poche centinaia di rupie per comprare verdura, farina, riso e spezie, sopravvive a fatica tra negozi che vendono merce a credito e cambiavalute improvvisati che offrono tassi di cambio da strozzinaggio: una banconota da 500 rupie per tre da 100 sull’unghia, profitto netto di 200 rupie su carta straccia che poi, in qualche modo, verrà reinserita nel sistema bancario e riacquisterà il proprio valore. Magari usando conti correnti ponte intestati a poveracci o acquistando oro o proprietà terriere firmando documenti retrodatati. O, perché no?, una bella donazione al tempio, e poi ci si mette a posto.

I più onesti, o disperati, che non hanno né banconote da cambiare né carte bancomat né, magari, hanno mai maneggiato una 500 rupie tutta loro, si arrabattano facendo letteralmente la fame in attesa che l’economia in contanti riprenda il proprio corso regolare. Ora, anche avendo tra le mani una banconota nuova di zecca da 2000 rupie, è estremamente difficile trovare qualcuno che abbia del resto per cambiarla.

In larga maggioranza, si tratta di gente che di un conto corrente non ha mai saputo che farsene: chi li ha mai avuti così tanti soldi da doverli mettere in banca? E a che mi serve depositare pochi risparmi se ogni cosa che compro la posso comprare in contanti? Chi l’ha mai avuta una debit card? E perché poi, una debit card? Io i soldi ce li ho, di carta, veri. Non tanti, ma ci sono. E se mi serve li spendo.

La middle class salariata e la upper middle class urbana, intanto, in attesa di poter accedere al credito cartaceo quando le file saranno più gestibili (o che qualcuno cui hanno delegato l’incombenza dell’attesa in piedi torni dallo sportello col contante per le piccole spese quotidiane), inizia ad assaporare ancora di più gli squisiti privilegi dell’economia cashless: si strisciano debit card, si acquista con carte di credito online, i più tecnologizzati smanettano con le app per il pagamento virtuale legate al proprio conto corrente e spiegano ai propri genitori che su internet ci si può far mandare a casa la spesa (volendo anche bio), si può prenotare un Uber o un riksha con Olacab per andarsene al multisala e tap tap, il biglietto è già fatto. E su Facebook, l’indignazione: viviamo in un paese che fa file di ore per comprarsi le simcard in promozione o l’ultimo modello dell’iPhone e adesso ci lamentiamo per qualche giorno di disagio mentre stiamo combattendo, assieme a Modi-ji, contro la corruzione della nostra Madre India? Jai Bharat!

I piccoli evasori passano la rubrica del telefono mobilitando parenti e amici per far depositare sui loro conti le riserve di 500 e 1000 rupie tenute «per sicurezza» in armadi di metallo lucchettati in ufficio. Decine di depositi sotto i 2,5 lakh, sotto i radar del fisco, e poi con calma me le restituisci, che magari ci scappa anche un regalino.

I grandi evasori, con miliardi di rupie parcheggiati in conti off-shore o già investiti in beni immobili, oro, gioielli e terreni, allargano lo scrutinio della rubrica telefonica ai loro middlemen, alle famiglie dei middlemen, agli amici dei famigliari del middlemen per smaltire le eccedenze di magazzino ordinate in casse di metallo stipate nei piani interrati delle palazzine fresche di vernice. Chissà quanti regali, quanti prestiti, quanti favori possono uscire da tutta questa carta straccia. Quanti ricevimenti di matrimonio verranno pagati grazie alla benevolenza del «sir-ji», che ci ha prestato 2,49 lakh di rupie e ha insistito «non c’è problema, poi me li ridai con calma».

«Come fanno gli indiani», anche io ringrazio il mio sir-ji che ha accettato di farmi pagare l’affitto, il mese prossimo, tramite bonifico internazionale.

«Come fanno gli indiani», anche io ho allacciato Uber alla mia carta di credito internazionale e ora mi muovo solo in taxi, proprio «come fanno gli indiani».

Non proprio «come fanno gli indiani», ma quasi, anche io ho scaricato Paytm e mi sono fatto prestare dei soldi virtuali da amici con un conto corrente indiano. E anche io, finalmente, ho potuto comprare del pane in cassetta e sei uova e pagare 180 rupie al minimarket sotto casa facendo tap tap. «Te l’avevo detto, hai visto com’è facile?» mi ha detto il vecchio delhese coi peli bianchi che gli escono dalle orecchie.

«Come fanno gli indiani», anche io sono rimasto senza verdure e siccome alla bancarella non si può fare tap tap, «come fanno gli indiani» domani mattina la sveglia suona alle cinque di mattina e per le sei ci si mette in coda fuori dalla banca per cambiare i soldi. Forse mi farò anche un selfie con la nuova banconota da 2000 rupie.

«Come fanno gli indiani».

 

@majunteo

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