Il partito del primo ministro vince con poco vantaggio nel "suo" Gujarat. Dal banco di prova per le elezioni nazionali del 2019 emerge che Modi non è più invincibile se le opposizioni riescono a superare le loro differenze e coalizzarsi contro il Bjp

Dopo mesi di durissima campagna elettorale e un election day diviso in due scaglioni, oggi in Gujarat è stato il giorno della conta. Il Bharatiya Janata Party (Bjp), partito di governo a livello federale, amministrava il Gujarat da ben 22 anni consecutivi, tanto che lo Stato nord-occidentale è considerato unanimemente una delle roccaforti della destra hindu nel Paese. Si tratta inoltre dello Stato che ha dato i natali al primo ministro Narendra Modi, che prima di emergere come leader indiscusso del Bjp a livello nazionale nel 2014, governò il Gujarat per tre mandati consecutivi.


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Nelle scorse settimane gran parte degli analisti indiani, in particolare tra i progressisti liberal, si era spinta a ipotizzare uno scenario sfavorevole al partito di governo, dando ampio credito a una sorta di grande alleanza delle varie anime dell'opposizione locale formata dall'Indian National Congress - a tutti gli effetti partito ora nelle mani di Rahul Gandhi -, dal blocco castale dei patel - guidato dal giovane Hardik Patel -, da una parte delle caste inferiori (riconosciute a livello ufficiale come Other Backward Classes, Obc) rappresentate da Alpesh Thakor e dal segmento elettorale dei dalit, guidati da Jignesh Mevani. Quattro giovani leader tutti sotto i cinquant'anni, incarnazione di quella che potrebbe rappresentare la nuova classe dirigente locale, capaci di mettere da parte i dissidi interni in favore di una coalizione di scopo: contrastare lo strapotere del Bjp.

Mentre scriviamo il conto dei voti sta ancora oscillando e con ogni probabilità per le cifre ufficiali si dovrà aspettare fino a tarda serata indiana. Nonostante ciò, il quadro emerso dalla tornata elettorale gujarati è già abbastanza chiaro.

Il Bjp ha tenuto e formerà un nuovo governo locale nello Stato ma il computo finale dei voti indica una flessione decisamente preoccupante per il partito conservatore hindu che, rispetto alle elezioni precedenti, sembra aver preso oltre 20 seggi sui 182 dell'assemblea parlamentare del Gujarat: fino a ieri il Bjp occupava 120 scranni, oggi rischia di non raggiungere nemmeno la soglia psicoligica dei 100 seggi, otto in più rispetto al minimo necessario per formare l'esecutivo. Una parziale debacle che, questa volta, coinvolge direttamente anche il primo ministro Narendra Modi, solitamente sempre tutelato dall'esporsi in prima persona in elezioni locali, evitando il rischio di intaccare l'aura di invincibilità consolidata con la vittoria senza precedenti alle nazionali del 2014. Questa volta Modi è sceso in campo in prima persona, impegnandosi in decine di comizi nel suo Gujarat condotti all'insegna del populismo ultrahindu: un bel salto indietro rispetto alla retorica del progresso e della speranza che aveva contraddistinto per ora le uscite pubbliche del premier indiano, lasciando al resto del Bjp l'onere di rintuzzare l'elettorato suprematista hindu.

L'intervento di Modi, in virtù dei risultati di oggi, è bastato a malapena per portare a casa una vittoria di misura che sa francamente di sconfitta, facendo ripiombare il primo ministro nell'alveo dei leader fallibili: l'invincibile Modi non è più tale, il tocco magico del primo ministro è svanito.

Di certo il partito di maggioranza ha scontato le conseguenze nefaste, registrate a livello nazionale, della demonetizzazione, dell'introduzione dell'Iva unificata (Gst) e di un'economia che si prometteva galoppasse a velocità inedite e invece è finita per rallentare, crescendo quest'anno meno del 7%.

In prospettiva nazionale, con le prossime elezioni fissate per il 2019, il Gujarat indica anche un primo fallimento della missione politica di Modi, incapace di unire segmenti diversi dell'elettorato sotto l'egida di un progresso ultracapitalista sbandierato ai quattro venti come «inclusivo». Rimasto a bocca asciutta in termini di occupazione, aumento degli stipendi e aumento della qualità della vita, in Gujarat chi non aveva motivazioni ideologiche per riconfermare il Bjp - leggi: i non ultrahindu, le vittime dell'hindutva - non solo non ha trovato alcuna ragione per turarsi il naso ma, stavolta, sembra aver individuato dei leader locali in grado di rappresentare coerentemente le proprie aspirazioni. Se fino all'altroieri Modi - e, per estensione, il Bjp - rappresentavano l'unica opzione ragionevole per una rappresentanza politica stabile, a cui affidare le redini dell'economia e la speranza di una vita migliore, oggi le minoranze si sono compattate bocciando la performance di governo del Bjp. Hanno perso ma hanno scoperto di potersela giocare.

Per Rahul Gandhi si tratta di un buon risultato, oltre le aspettative. Gandhi aveva sempre perso ogni tornata elettorale in cui si era impegnato in prima persona: ha perso anche questa volta ma il Congress ha guadagnato più di 30 seggi e mentre scriviamo potrebbe riuscire a mandare nel parlamento locale ben 77 deputati.

Modi e il Bjp hanno di che preoccuparsi. Anche se i numeri - includendo l'altro Stato andato alle urne in queste settimane, l'Himachal Pradesh, dove il Bjp ha stravinto - permetteranno una celebrazione dell'ennesima vittoria elettorale nell'era Modi, in Gujarat si sono tenute le prove generali di ciò che potrebbe succedere a livello nazionale nel 2019: la formazione di un'ampia coalizione unita solamente dall'obiettivo di battere il Bjp. In Gujarat ci è mancato poco e ora il rischio che possa succedere nel 2019 si è fatto improvvisamente concreto.

@majunteo

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