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È ora che l'India faccia qualcosa per l'inquinamento dell'aria

Ormai a scadenza mensile arrivano notizie, dati, grafiche e articoli su riviste scientifiche che evidenziano lo stato disastroso della qualità dell'aria in India. L'ultimo, in ordine di tempo, arriva dal Guardian, che ha rappresentato in un grafico i dati sull'inquinamento dell'aria rilevati dalla World Health Organization (Who) a livello mondiale. La situazione in India è disperata e sulla stampa nazionale si moltiplicano gli appelli per iniziative radicali da parte del governo in carica.

Il 13 febbraio il Guardian ha pubblicato un grafico ricavato dai dati dell'ultimo report della Who relativo alla qualità dell'aria a livello mondiale, suddividendo i riscontri in una mappa colorata e diverse classifiche a livello regionale. Il report ha analizzato la concentrazione di pm 2,5 nell'aria nelle principali città del mondo, scegliendo di occuparsi delle particelle inquinanti più sottili e, per questo, più pericolose per la salute. E l'India, senza sorpresa, ne esce a pezzi.

Tra le 20 città peggiori per la qualità dell'aria nel mondo, ben 10 sono in India, rispettivamente: Gwalior (seconda posizione), Allahabad (terza), Patna (sesta), Raipur (settima), New Delhi (undicesima), Ludhiana (dodicesima), Kanpur (quindicesima), Khanna (sedicesima), Firozabad (diciassettesima) e Lucknow (diciottesima).

New Delhi, già individuata come capitale più inquinata della Terra, secondo i dati della Who raggiunge una concentrazione media di pm 2,5 pari a 122 microgrammi per metro cubo d'aria. Come utile raffronto, basti pensare che Roma - comprensibilmente considerata eccessivamente inquinata dai propri abitanti - nella classifica delle capitali europee viaggia poco sopra la metà, con 17 microgrammi per metro cubo d'aria, mentre Parigi, che recentemente ha annunciato misure straordinarie per contenere l'inquinamento dell'aria durante l'inverno, è a quota 18.

Nonostante le ragioni dell'inquinamento, al netto dei problemi del riscaldamento globale, siano già ampiamente note e dibattute sulla stampa indiana, il governo in carica si limita a disattendere promesse ambiziose e, alla prova della realtà, non sembra intenzionato a considerare la variabile «salute» negli indicatori di progresso del paese. Un atteggiamento che frustra sempre di più una popolazione indiana costretta a vivere in un ambiente malsano che ogni anno reclama un milione di vite per complicazioni respiratorie dovute all'inquinamento.

Le cose potrebbero andare diversamente e anzi, tenendo presente il vicino cinese, è comprovato storicamente che a sostanziale parità di popolazione qualcosa non solo può essere fatto ma, nella Repubblica popolare cinese, è già stato fatto. Con risultati ragguardevoli.

In un lungo articolo pubblicato dall'Indian Express, Darryl D'Monte (presidente emerito del Forum of Environmental Journalists India) prendendo spunto dal volume Choked, di Pallavi Aiyar, mette in fila le iniziative intraprese dal governo cinese negli ultimi quindici anni, mostrando uno sforzo istituzionale eccezionale nella lotta all'inquinamento. Rottamazione dei veicoli inquinanti, chiusura o rilocazione delle fabbriche più malsane, blocco delle licenze per acquistare un'automobile, transizione progressiva dal consumo di carbone a quello di metano e una spesa pubblica enorme allocata esclusivamente alle questioni ambientali (557 milioni di dollari solo per l'inquinamento dell'aria, tra il 2001 e il 2008, ad esempio) hanno portato a un miglioramento significativo delle condizioni dell'aria a livello nazionale. Dal 2010 al 2015, in tutta la Cina, la concentrazione di pm 2,5 nell'aria è crollata del 37 per cento e, nel 2013, il governo cinese ha allocato altri 163 miliardi di dollari da spendere nei cinque anni successivi per continuare la lotta all'inquinamento all'interno del proprio territorio.

Pur con tutte le facilitazioni operative di un regime non democratico e una disponibilità economica statale di certo maggiore di quella indiana, l'esempio virtuoso cinese dovrebbe ispirare anche in India un interventismo governativo più consistente, che vada oltre la propaganda vuota di programmi come la campagna Swacch Bharat (India Pulita, inaugurata in pompa magna due anni fa dal governo Modi per incentivare la pulizia delle città e oggi, francamente, diventata l'ennesimo slogan vuoto.

Invece, nulla pare muoversi. In risposta a un articolo pubblicato su The Lancet secondo cui in India ogni due minuti qualcuno muore per malattie legate all'inquinamento, il ministero dell'ambiente ha spiegato di aver già allocato dei fondi per il monitoraggio dell'inquinamento dell'aria in tutto il paese. Quanti? 70 milioni di rupie, pari a poco più di 1 milione di dollari.

Per 1,3 miliardi di persone, decisamente troppo poco.

@majunteo

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