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Un'India verso Dio, patria, manzo e famiglia

La spinta identitaria della politica locale nell'India settentrionale continua a trovare nella mucca e i suoi derivati solidi il pretesto per imporre a rigor di legge e «giustizia faidaté» i tratti distintivi del cosiddetto hindu rashtra, prove generali per un'India dove i valori dell'estremismo hindu stanno via via sostituendo la tradizionale accettazione multiculturale nel rispetto delle minoranze. Dalla stretta contro i macellai in Uttar Pradesh all'ergastolo per chi macella o trasporta mucche in Gujarat, fino ai raid dei vigilantes votati alla difesa della mucca, l'India settentrionale è sempre più il laboratorio sociale dove testare l'intolleranza comunitaria, con un occhio alle prossime elezioni nazionali del 2019.

Un anno e mezzo fa, in un post titolato «Nel nome del manzo», su questo blog iniziavamo a registrare una tendenza preoccupante per il futuro democratico dell'India. A un anno dalla vittoria alle politiche del Bharatiya Janata Party di Narendra Modi, in coda alla stagione di intolleranza rivolta alla libertà di espressione, le forze dell'estremismo hindu che fino ad allora avevano continuato ad agire con una parvenza di clandestinità hanno iniziato a uscire allo scoperto con maggiore audacia, forti di una legittimità politica giustificata da un amministrazione nazionale quantomeno affine. All'epoca scrivevamo di lotte «assurde» contro i menu di ristoranti keralesi a New Delhi, per cui i piatti a base di manzo rappresentano l'orgoglio culturale e culinario locale, inserendole però in uno sforzo collettivo verso quell'egemonia culturale predicata dall'inizio del secolo scorso dagli ambienti dell'ultrainduismo: quell'ideologia dell'hindutva che considera come obiettivo finale la creazione di un cosiddetto «hindu rashtra», una nazione dove la legge e le abitudini locali siano riflesso preciso delle prescrizioni dell'induismo più intollerante.

Oggi, un anno e mezzo dopo, l'attualità dell'India settentrionale segnala che il progetto sta proseguendo a vele spiegate, trovando terreno fertile anche nelle istituzioni locali via via conquistate dal Bjp. La vittoria di Adityanath in Uttar Pradesh, come rilevato qualche giorno fa, ha dato la stura a un impeto di legalismo declinato esclusivamente al comparto della macelleria statale, colpendo indirettamente - ma non fortuitamente - le centinaia di migliaia di musulmani impiegate nel settore. Negli stessi giorni, nello stato del Gujarat, il parlamento locale ha emendato il Gujarat Animal Preservation Bill, introducendo pene fino all'ergastolo per chi viene sorpreso a macellare o trasportare mucche. Se sulla macellazione, già illegale nello stato, si tratta «solamente» di un'inasprirsi della pena, sull'aspetto del trasporto sorgono dubbi inquietanti: come stabilire se il trasporto dei bovini sia per fini di macellazione e non, ad esempio, per alimentare il gigantesco mercato nazionale del latte? (Molto interessante, come approfondimento, il programma governativo iniziato negli anni Settanta noto come «White Revolution», capace di raddoppiare la produzione di latte nel paese e di fare dell'India il primo produttore di latte al mondo).

Una distinzione che se da un lato dovrebbe obbligare le istituzioni ad usare una certa dose di cautela nell'applicazione delle leggi in materia di «protezione della mucca», per gli squadroni di difensori del bovino rappresenta un fastidioso dilemma facilmente trascurabile. Come è successo pochi giorni fa in Rajasthan, altro stato governato dal Bharatiya Janata Party, dove un gruppo di «gau raksha» - chi sono lo avevamo spiegato qui - hanno assalito cinque uomini sorpresi mentre stavano trasportando delle mucche. Uno di loro, Pehlu Khan (55 anni, musulmano, residente in Haryana) dopo due giorni di ospedalizzazione è morto per le ferite inferte dal gruppo di gau raksha, al momento ancora a piede libero. Come da tradizione dei vigilantes a difesa della mucca, il video del pestaggio ha già fatto il giro dei social network, dimostrazione del machismo impunito di queste formazioni aderenti alle principali sigle dell'estremiso hindu (Vishwa Hindu Parishad e Bajrang Dal, nel caso specifico). Piccolo particolare: secondo i cinque trasportatori di mucche vittime della violenza identitaria hindu, le mucche erano state acquistate regolarmente per essere munte.

Ora, minimizzare questo concatenamento di eventi come un'esotica follia al potere racconterebbe solo il lato più folkloristico di una realtà violenta e spietata che in India non solo uccide, ma crea consenso e polarizza il voto. Come già successo in Uttar Pradesh, la strategia elettorale del Bjp ha dimostrato di sapersi muovere egregiamente su due livelli: a livello ufficiale, si spingono le parole chiave di modernità e progresso, in linea con l'attivismo delle buone intenzioni di Narendra Modi; ma a livello popolare, grassroots, i quadri locali del partito assieme alle sigle dell'estremismo molto radicate sul territorio insistono nel soffiare sul fuoco degli scontri intercomunitari, consolidando il voto hindu che, numeri alla mano, in India assicura un'agevole maggioranza in quasi tutti gli stati della federazione. Un'aritmetica elettorale capace di spazzare ogni opposizione e, in prospettiva, ipotecare una rielezione plebiscitaria alle elezioni nazionali del 2019. Tenendo ben in vista l'orizzonte, mai così vicino nella storia recente, di un'India Dio, patria, manzo e famiglia.

@majunteo

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