Dalla parte comoda del razzismo: essere maschi bianchi in India

Da alcuni giorni sta facendo il giro dei media indiani un articolo firmato da Melissa Tandiwe Myambo, ricercatrice presso l'università di Johannesburg, pubblicato sul magazine The Conversation. Tandywe Myambo, inserendosi nel dibattito pubblico circa i pregiudizi a sfondo razziale che soffrono gli africani in India, ha cercato di presentare l'altro lato della medaglia, mettendo a confronto il trattamento riservato dalla società indiana a due professionisti trentenni: uno olandese, bianco; uno congolese, nero. Ne viene fuori una discriminazione giornaliera che se per il congolese è un inferno, per l'olandese assume le sembianze di uno status semidivino, a cui tutto è concesso, garantito, facilitato.

In scia agli episodi di razzismo e violenza popolare ai danni della comunità africana a New Delhi, l'intervento di Tandiwe Myambo ha il merito di evidenziare una realtà che qualsiasi maschio bianco residente in India vive giornalmente. Un enorme vantaggio di partenza, un senso di privilegio costante, in praticamente ogni aspetto della quotidianità.

Tandiwe Myambo, nel suo articolo, si concentra con un approccio quasi accademico alle differenze di percezione del singolo in base al proprio colore della pelle. Eloquente la citazione dell'intervistato olandese, che a un certo punto descrivendo la propria vita lavorativa in India dice: «Se porti [a un appuntamento di lavoro] un ragazzo occidentale...allora si sentono molto importanti, così se io sono presente mi sento come un Dio é... Onestamente, a ogni meeting a cui sono andato di persona, abbiamo sempre concluso affari...Ho sempre visto che il volume degli affari cresce una volta che mi presento di persona. E non perché io sia così bravo, [ma] perchè sono un ragazzo occidentale».

Per contro, l'intervistato congolese racconta di aver vissuto in India per dieci anni e che, recentemente, ha perso il lavoro ed è stato cacciato di casa. Due episodi in cui, secondo l'intervistato, molto ha influito il colore della sua pelle. Una situazione che, allargata alle economie emergenti, secondo Tandiwe Myambo è una tendenza diffusa che influisce direttamente sui rapporti di forza anche lavorativi instaurati in un mercato ormai globalizzato. E in India, in particolare, si appoggia sul razzismo di fondo di cui soffrono gli indiani del sud, tendenzialmente di pelle più scura e, per gli indiani del nord, per questo considerati inferiori.

Si tratta di un'evidenza costantemente negata dalla classe dirigente del paese, che si sforza di evidenziare un tratto a torto generalmente «riconosciuto» alla popolazione indiana: un presunto spirito di accettazione ed uguaglianza di trattamento per tutte le varie etnie residenti nel subcontinente. Solo qualche giorno fa il parlamentare del Bharatiya Janata Party (Bjp, il partito di governo guidato da Narendra Modi) Tarun Vijay, durante un'intervista rilasciata ad Al-Jazeera circa gli ultimi episodi di razzismo contro la comunità africana in India, ad esempio è riuscito a dire: «Se davvero fossimo razzisti [in India] perché abbiamo il sud [dell'India, a maggioranza abitato da indiani dalla pelle più scura]? Perché viviamo con loro? Abbiamo già gente dalla pelle nera tra noi».

Vijay, sbagliando drammaticamente il tiro, ha finito per confermare un pregiudizio radicato a fondo nella società indiana contemporanea, esemplificato chiaramente dal complesso del «fair and lovely», la convinzione che chiaro = bello di cui avevamo già scritto anni fa qui e che ancora oggi influenza irrimediabilmente i rapporti sociali dell'India contemporanea non solo tra connazionali ma, come abbiamo visto, anche tra «expat». 

@majunteo

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