Nelle ultime settimane anche in India si sta facendo un gran parlare dell’Universal Basic Income (Ubi, il «nostro» reddito di base universale) come la strada da percorrere per continuare a garantire un sostegno alle fasce più povere della popolazione cercando, allo stesso tempo, di tenere d’occhio la spesa pubblica. Un'opzione che il governo esplorerà nel dettaglio nel prossimo Economic Survey del 31 gennaio, ma che al momento mostra tutti gli enormi limiti di applicabilità in una realtà socioeconomica come quella indiana.

Un uomo guarda il fuoco che ha acceso per riscaldarsi al bordo di una strada in Ahmedabad, India, 30 gennaio 2017. REUTERS / Amit Dave
Un uomo guarda il fuoco che ha acceso per riscaldarsi al bordo di una strada in Ahmedabad, India, 30 gennaio 2017. REUTERS / Amit Dave

Durante il World Economic Forum di Davos Amitabh Kant, funzionario del Ministero dell’economia indiano, ha confermato che il Paese sta seriamente pensando di introdurre un sistema di «trasferimento diretto di denaro» ai propri cittadini che vada a sostituire il complesso sistema di sussidi governativi del welfare indiano.


LEGGI ANCHE : L'asse Mosca-Riyad e la sforbiciata alla produzione di petrolio


Una misura simile, in India, viene corteggiata da tempi non sospetti per porre rimedio a problematiche radicalmente differenti da quelle occidentali, dove l’Ubi si inserisce nella crisi del lavoro salariato in Paesi dove un certo grado di welfare – dalla sanità pubblica all’istruzione – è garantito.

Secondo le stime del governo federale per il 2016-17, New Delhi ha speso 2.500 miliardi di rupie (più di 34 miliardi di euro) per finanziare gli oltre mille programmi di sussidi che compongono il sistema del welfare indiano: si va dai 1.340 miliardi di rupie per il cibo distribuito nei negozi governativi ai 700 milioni di rupie per calmierare i prezzi dei fertilizzanti, passando per la fornitura a prezzi agevolati di benzina, gas metano e kerosene, fino ai 385 milioni di rupie che vanno a sovvenzionare il Mahatma Gandhi National Employment Guarantee Scheme (Mgnregs, che garantisce 100 giorni di lavoro salariato ai lavoratori non specializzati delle campagne indiane).

L’idea di fondo è: quanto si può risparmiare se al posto di spendere solo per un welfare centralizzato si destinano direttamente i fondi a chi ne ha bisogno?

Una tentazione già palesata dalla scorsa amministrazione dell’Indian National Congress ma che ora, col Bharatiya Janata Party del premier Narendra Modi alfiere della «cashless economy», trova un nuovo impeto nell’immaginare un’India futuribile e digitalizzata in cui tutti, anche i più poveri tra i poveri, possano avere accesso a un conto in banca legato al proprio codice identificativo nazionale (Adhaar, un mix tra il codice fiscale e la carta d’identità, attraverso il quale si hanno accesso ai servizi di welfare nazionali) e possa ricevere, direttamente nelle proprie tasche, l’aiuto monetario finora garantito attraverso i programmi federali.

Primo problema: a quanto ammonterà il reddito di base garantito? Su Livemint hanno provato a fare i conti ipotizzando un Ubi pari alla soglia della linea Tendulkar, il limite che in India ufficialmente divide i poveri dai non poveri, ovvero 1000 rupie al mese (neanche 14 euro). Moltiplicato per 1,3 miliardi di indiani, la spesa annuale si aggirerebbe attorno al 12,5 del Pil nazionale: un’enormità.

Il presidente del Niti Ayog, il think tank che Narendra Modi ha istituito in sostituzione della Planning Commission di socialista memoria, ha recentemente dichiarato che al momento le casse dello stato non hanno nemmeno i fondi per garantire un reddito di base di 1000 rupie anche solo per il 30 per cento più povero nel paese, se la misura sarà «in aggiunta» alla spesa corrente per il welfare. Per questo, con ogni probabilità, la fattibilità dell’Ubi in India – che si dice sarà discussa nella presentazione dell’Economic Survey indiano il prossimo 31 gennaio – sarà subordinata a un eventuale taglio della spesa per il welfare.

Un azzardo che, considerando la capillarità risibile del sistema bancario nazionale e la corruzione rampante, difficilmente potrebbe andare a effettivo beneficio di quei 224 milioni di indiani che, secondo la Banca Mondiale, oggi vivono con meno di due dollari al giorno.

@majunteo

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE