Rispedire in Myanmar i rifugiati Rohingya. Populismo in salsa indiana

New Delhi manda aiuti umanitari in Bangladesh, destinati ai rifugiati Rohingya, ma vuole rimpatriare i 40mila Rohingya «immigrati illegali» in territorio indiano. Rappresenterebbero un pericolo fondamentalista e ruberebbero l'assistenza sociale destinata ai cittadini.

Manifestazioni di piazza a New Delhi per chiedere l'espulsione dei rifugiati Rohingya dall'India. 11 settembre 2017. REUTERS / Adnan Abidi
Manifestazioni di piazza a New Delhi per chiedere l'espulsione dei rifugiati Rohingya dall'India. 11 settembre 2017. REUTERS / Adnan Abidi

Nello stato Rakhine del Myanmar le violenze contro la comunità Rohingya, cui non viene riconosciuta la cittadinanza in quanto musulmana, nell'ultimo mese ha spinto alla fuga più di 400mila persone. Si tratta degli ultimi sviluppi di un accanimento che l'etnia Rohingya subisce almeno dal 2012, quando scontri tra la comunità musulmana e buddhista nel Rakhine diedero inizio alla rappresaglia governativa contro gli «stateless» di fede musulmana, mal visti dalla maggioranza buddhista del Paese. L'intensificarsi dei rastrellamenti, tanto che da alcune settimane si parla apertamente di «pulizia etnica», ha riportato il caso Rohingya al centro del dibattito internazionale, con la premio Nobel Aung San Suu Kyi accusata di star coprendo gli orrori dell'esercito regolare birmano.

Oltre il confine con il Bangladesh, dove la maggioranza dei Rohingya sta cercando rifugio e asilo, la situazione è a rischio crisi umanitaria, con centinaia di migliaia di persone reduci da veri e propri pogrom orchestrati dall'esercito birmano. Il governo di Sheikh Hasina, pur esortando il Myanmar ha interrompere le violenze e a riaccogliere i Rohingya, ha confermato l'impegno nel prendersi temporaneamente cura dei rifugiati, continuando a lavorare con le organizzazioni internazionali. Atteggiamento lodato dalla comunità internazionale, compresa l'India: durante una recente riunione dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) a Ginevra, attraverso il rappresentante all'Onu di Ginevra Rajiv K Chander, New Delhi ha sottolineato che «il ruolo svolto da Dhaka nel provvedere all'assistenza umanitaria dei rifugiati merita un riconoscimento». Dalla scorsa settimana, con l'operazione Insaniyat (umanità, in hindi), il governo indiano ha iniziato a inviare aiuti umanitari in Bangladesh, destinati ai rifugiati Rohingya.

Ma il trattamento riservato ai Rohingya che da anni hanno trovato rifugio all'interno dei confini indiani è di tutt'altro tenore.

Il governo di New Delhi, lo scorso 9 agosto, aveva annunciato al parlamento la messa a punto di un piano per rimpatriare i 40mila Rohingya «immigrati illegali» in Myanmar. Un annuncio shock, considerando la lunga tradizione di solidarietà internazionale che l'India ha consolidato negli anni, in prima fila nell'accogliere milioni di migranti in fuga dalla guerra da paesi come Bangladesh, Sri Lanka e Afghanistan, senza contare il sostegno alla causa tibetana.

Nonostante l'intervento delle organizzazioni umanitarie, che hanno ricordato all'India gli obblighi della comunità internazionale che vietano il rimpatrio di rifugiati in Paesi dove la loro incolumità sarebbe a rischio, il governo ha mantenuto ufficialmente la linea intransigente, evidenziando che New Delhi non è firmataria della Convenzione Onu sui Rifugiati (1951).

Per effetto di una petizione avanzata da due rappresentanti della comunità Rohingya in India, la Corte suprema indiana è intervenuta, chiedendo al governo federale di spiegare le proprie posizioni in aula. Lunedì, depositando un affidavit agli atti, il ministero degli interni ha spiegato che la decisione di rimpatriare o meno i rifugiati spetta esclusivamente al governo.

I Rohingya, secondo il documento redatto dal ministero, rappresenterebbero una minaccia alla sicurezza nazionale di fronte al rischio di contatti tra i Rohingya (musulmani) e le sigle dell'estremismo islamico internazionale, compreso Isis. Inoltre, sempre secondo il ministero, «qualsiasi indulgenza mostrata dalla massima corte del paese non farebbe altro che incoraggiare l'influsso di migranti illegali nel nostro paese, così privando i cittadini indiani dei loro diritti fondamentali e umani [...] negando ai cittadini indiani la loro legittima parte nella distribuzione di case popolari, nel settore dell'impiego, dell'educazione e della sanità».

La Corte suprema si riunirà nuovamente il prossimo 3 ottobre per determinare la propria giurisdizione nel caso.

@majunteo

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