Surviving Delhi #21: Una giornata in coda alla banca di Nizamuddin West, New Delhi

Qui di seguito un lungo resoconto in prima persona di com'è mettersi in fila in banca a New Delhi per provare a cambiare le proprie banconote da 500 e 1000 rupie fuori corso da una settimana. Nessun fatto è inventato, nemmeno per esigenze narrative di verosimiglianza, e molti nomi non sono indicati per due semplici motivi: o sono troppo difficili da trascrivere o proprio non me li ricordo.

Decidere di mettersi in coda alla State Bank of India (Sbi) di Nizamuddin West dalle 7 di mattina inizialmente è sembrata una scelta catastrofica. La zona posh di Nizamuddin East - tutta vialetti alberati, studi di avvocati e indiani sovrappeso in scarpe da ginnastica e tute di microfibra che la sera fanno il footing – è divisa dalla meno dispendiosa Nizamuddin West da un grande viale a sei corsie, Mathura Road, noto per un tratto particolarmente pestilenziale che scavalca un ex corso d’acqua declassato alla mansione di fogna a cielo aperto. Prendendo Mathura Road in direzione nord, sulla propria destra si apre la vista sul complesso della Humayun Tomb, capolavoro architettonico di epoca Moghul; sulla sinistra, la comunità musulmana di New Delhi brulica e, talvolta, vive sui marciapiedi paralleli alla Hazrat Nizamuddin Dargah, mausoleo dedicato a uno dei più riveriti santi sufi dell’Asia meridionale, Hazrat Nizamuddin Aulya.

Nel quartiere di Nizamuddin West la geografia socioeconomica della comunità musulmana si muove da sud, con case a due o tre piani tipiche dell’alta borghesia indiana, verso nord, dove la densità della popolazione segue il restringersi delle stradine fino a concentrarsi in un dedalo di vie a fatica pedonabili, ammassate contro le mura della dargah.

Fino all’8 novembre l’unico luogo di ritrovo comune a tutti i musulmani di Nizamuddin, ricchi o poveri che fossero, era la frequentatissima moschea all’inizio del mercato antistante la dargah. Ma in questi giorni, l’affluenza alla filiale della Sbi registra presenze concorrenziali alla preghiera del venerdì, sicuramente con meno trasporto spirituale.

Alle sette di mattina di metà novembre a New Delhi fa quasi freddo. I negozi sono ancora chiusi e dalla saracinesca di ferro sotto l’insegna della banca già partono due file speculari: a sinistra le donne, a destra gli uomini. La coda maschile, a tre ore dall’apertura della banca, già girava intorno a un quarto dell’intero isolato e l’entrata della banca, qualche decina di uomini più avanti, rimaneva una proiezione della propria memoria visiva.

Intorno a me ci sono signori sulla sessantina abbondante, vestiti in tunica bianca, lungi a scacchi e taqiyah, un paio di ragazzi sulla trentina in jeans e maglietta e un ragazzino in età scolastica infagottato in una felpa grigia. Parlottano tra di loro del più e del meno.

Dopo mezz’ora, due uomini provenienti dalla testa della fila risalgono l’isolato distribuendo dei bigliettini di carta con un numerino progressivo, così chi si vuole andare a prendere un chai o chi si è fatto la levataccia per tenere il posto in coda a qualcun’altro è libero di andare e venire senza creare tensioni. Tutti accettano la soluzione arrivata spontaneamente dal basso, anche perché fino all’orario di apertura della banca non si vede né polizia né alcun delegato delle autorità che si preoccupi di organizzare la folla in attesa di poter provare a cambiare le proprie banconote fuori corso.

Sono le sette e mezza di mattina, la banca apre tra due ore e mezza, e mi viene distribuito il numero 152.

Tra sigarette, bidi e chai, si inizia a rompere il ghiaccio. Il numero 148, sulla cinquantina, mi racconta che oggi è la terza volta in dieci giorni che viene in banca e per il viaggio ha dovuto chiedere un giorno di ferie alla «printing company» per cui lavora a Noida, fuori New Delhi: purtroppo ha aperto il conto a Nizamuddin, prima di trasferirsi, e quindi per mettersi in fila la sveglia suona alle 4, due ore per raggiungere il quartiere, un tempo indeterminato di attesa, altre due ore per tornare a casa. La volta scorsa, alle quattro di pomeriggio, la banca ha chiuso due ore prima del previsto perché non c’erano più soldi.

«Tranquilli che oggi i soldi ci sono, sicuro!» interviene il numero 146, spiegando che sui giornali hanno annunciato l’aumento dei contanti nuovi di zecca distribuiti nelle filiali del paese e che, tra l’altro, da oggi al bancomat si può prelevare fino a 2500 rupie per volta, 500 rupie in più di ieri. Il 146 è chiaramente in divisa da autista e ha in mano una borsa di plastica del duty free di Dubai con dentro tutti i documenti e, presumibilmente, una mazzetta di soldi da depositare. È informatissimo.

Gli chiedo cosa ne pensa di questa novità voluta da Modi per combattere la corruzione che costringe tutti a cambiare i propri soldi. Mi risponde «majburi hai», cioè «non possiamo fare altrimenti», la frase più ripetuta durante tutta la giornata. Nessuno, intorno a me, è convinto che la manovra avrà alcun esito tangibile nella lotta all’evasione fiscale e tutti hanno disavventure recenti da raccontare: chi ha cambiato i soldi al mercato nero, una banconota da 500 per tre da 100; chi manda in fila ogni giorno un membro della famiglia a rotazione, perché ci sono i conti del matrimonio di una figlia da pagare e le banconote tenute a casa non valgono più nulla; chi racconta di parenti in campagna a cui, dopo una giornata di coda in posta, è stata cambiata solo una vecchia banconota da mille.

Il 147, anziano signore magro ed evidentemente molto conosciuto nel quartiere considerando la quantità di persone che si fermano a salutarlo, mi spiega che in campagna gli uffici postali finiscono i soldi subito e la gente è costretta a viaggi della speranza per raggiungere le filiali principali nelle capitali di distretto: anche lì, si parla di ore di viaggio in autobus, pagato chissà come.

Intorno alle 10 oltre l’angolo dell’isolato arriva notizia che la banca ha aperto e tutti, d’istinto, ci rimettiamo ordinatamente in piedi, in fila, mentre è in corso un mini comizio di un signore non numerato: un’invettiva contro il primo ministro Modi in hindi troppo stretto per le mie possibilità di comprensione. Tutti, intorno, annuiscono e un rikshawalla mentre pedala davanti a noi ad alta voce commenta «Eccoli qui! Eccoli qui gli acche din, sono arrivati!», riferendosi alla promessa elettorale di Narendra Modi che, una volta al potere, avrebbe portato acche din (giorni felici, in hindi) a tutta la popolazione. Dal 138 al 156 si scuote il capo e si ride. 

Verso le 11 iniziano a risalire la fila dei vassoi di chai gratis offerti da un leader locale dell’Indian National Congress, il partito di Sonia Gandhi attualmente all’opposizione. È vestito di bianco ed è circondato da un codazzo di «portaborse» più o meno giovani armati di smartphone che documentano l’evento: il loro leader prende persone a caso dalla coda e si mette in posa per la foto, distribuendo gandhi topi (il cappellino di Gandhi) di carta col simbolo del Congress. Finito il chai, la delegazione politica se ne va, e si continua ad aspettare.

Si avanza di pochi centimetri ogni dieci minuti e l’impazienza inizia a salire, sfiatando in avanscoperte verso la testa della fila a gruppetti. L’entrata è presidiata da due poliziotti e gli inizi di entrambe le file sono delimitati da due blocchi spartitraffico di metallo. Sono di fatto due imbuti e la calca negli ultimi metri è impressionante.

In compagnia del numero 155, il ragazzino con la felpa, scopro che esiste una terza fila informale dove vengono fatti passare avanti, direttamente all’interno della banca, anziani, donne incinte, donne con bambini, portatori di handicap e una serie di «vip» non meglio specificati, a totale discrezione dell’agente di polizia seduto di fronte l’entrata.

Le mansioni dell’agente Singh sono le seguenti: stare seduto davanti all’entrata; sentire le motivazioni di chi pensa di poter saltare la fila; valutarle; respingere le richieste se giudicate insufficienti o accettarle, ordinando all’altro agente di aprire a forza uno spiraglio nell’intersezione tra la fila maschile e quella femminile per liberare il passaggio del «vip», causando le urla di protesta di chi stava quasi per entrare. In questo caso Singh urla di stare calmi e di mettersi in fila in silenzio, e la folla esegue.

In dieci minuti vedo entrare ed uscire un signore in giacca e cravatta, con aiutante al seguito, e un uomo occidentale brizzolato con pantalone di tela, tunica bianca e gilet, borsa di tela colorata e mascherina antismog. Esce dopo nemmeno cinque minuti, lamentandosi con l’agente Singh per la situazione «embarrassing» e inveendo contro «this country». Lo intercetto chiedendo se era riuscito a cambiare soldi: mi spiega che doveva solo depositare un assegno e che lui non aveva il tempo di stare un’ora in coda. «Welcome to India», mi dice ridacchiando mentre si allontana.

Lo scambio tra due occidentali coglie l’attenzione di alcuni boss del quartiere stanziati davanti l’entrata della banca, in una sorta di supervisione locale aggiuntiva a quella della polizia. Sono cinque o sei uomini piuttosto grossi con addosso i segni del benessere: occhiali firmati, tuniche intarsiate di fili d’oro ai bordi delle maniche e con fantasie ricamate a mano intorno ai bottoni. Uno di loro, che si era fermato a parlare col numero 147 pochi minuti prima, va a riprenderlo e gli consegna un altro numeretto, a occhio e croce tra il l’80 e il 90, posizionandolo cinquanta posti più avanti. Nessuno fiata.

Il figlio di uno dei boss, sulla ventina, dice all’agente Singh che sono un «foreigner» e quindi devo passare avanti. Io mi vergogno da morire e gli dico di lasciar perdere, ma l’occasione è troppo ghiotta e quindi, realizzo col senno di poi, ho una reazione tipicamente indiana: rimango lì fermo, senza parlare, aspettando che succeda qualcosa. Il piccolo boss ripete altre tre volte all’agente Singh che io posso entrare dalla fila «vip», finché il poliziotto mi chiede di fargli vedere i documenti e con un cenno del capo dà l’ok. L’altro poliziotto si fa largo in mezzo alla ressa e un terzo, all’interno della banca, apre la saracinesca di metallo per farmi passare.

Oltre la saracinesca c’è una rampa di scale che porta agli uffici. «È fatta», immagino.

In cima alle scale si apre invece un grande stanzone pieno di persone, almeno 300, divisi in tre file: depositi, prelievi, cambio contanti. A giudicare dai vestiti, nessuno appartiene all'upper middle class, che con ogni probabilità dispone di «aiutanti» che possono perdere una giornata in fila al posto loro, depositando o prelevando soldi dai propri conti mostrando ai funzionari una delega scritta. La divisione maschi / femmine, valida sul marciapiede, all’interno della banca è saltata e tutti stanno in piedi pressati uno contro l’altro, in deroga alla segregazione dei sessi in vigore, ad esempio, nelle biglietterie delle stazioni del treno. Anche i numerini non valgono più e quindi occorre adottare una postura scoraggiante per chi intende saltare la fila: lato sinistro contro il muro, occhi fissati sul lato destro e mano destra libera per afferrare i furbi e imbruttire dicendo «line hai, piche jao» (c’è la fila, torna dietro).

Per mia fortuna, appena dietro di me arriva una signora tarchiata incazzatissima che controlla ogni movimento non ortodosso nel suo raggio visivo, ringhiando insulti a chiunque dia la vaga impressione di voler saltare la fila. La signora non si ferma nemmeno davanti ai rimproveri dell’agente Singh, che di tanto in tanto compare nello stanzone intimando ordini assurdi - «Mettetevi tutti in fila e non spiegazzate i vostri documenti!» - prontamente osservati da tutti tranne che da lei, che ribatte «Sono in coda dalle 5, è tre giorni che vengo qui e non riesco mai a prendere soldi, cosa do da mangiare ai miei figli? Eh? Guardate che casino, guardate in che condizioni siamo!». L’agente Singh non apprezza che la sua autorità venga messa in discussione e alla terza risposta fa per avvicinarsi verso di noi con quel fare minaccioso che i poliziotti indiani possono mostrare in un paese dove l’impunità e la corruzione delle forze dell’ordine è proverbiale. La signora, convinta dai vicini di coda, si tranquillizza.

Sono le 13:30 e gli impiegati sono molto lenti, a causa delle procedure bizantine della burocrazia indiana fatte di moduli da compilare e da archiviare sia in cartaceo che sul computer. La fila del cambio delle vecchie banconote, in particolare, è lentissima e continuamente bloccata dall’inserimento estemporaneo dei «vip»: anziani, donne con bambini e privilegiati di altro tipo accompagnati di persona da un quarto agente di polizia. Ogni volta che qualcuno salta la fila, in coro con la signora dietro di me, anche io inizio a urlare verso lo sportello, che vedo a malapena. Dalla testa della fila, di volta in volta, arrivano urla di giustificazione: «Senior citizen!», «Is a woman with a child!» fino a un ragazzo col cappello che mi guarda e grida «handicapped!». Chi è accompagnato dalla polizia non si giustifica e fa finta di non sentire.

Alle 14 ho quasi raggiunto lo sportello quando tutto si blocca e gli impiegati, sfigurati dalla gestione di una folla incazzata ma, fortunatamente, mai violenta, spariscono in uno stanzino per la pausa pranzo. In mezzora di pausa riusciamo a trovare collettivamente un accordo con due «senior citizen» della upper class delhese, appena arrivate dalle retrovie: siamo d’accordo con la fila extra per gli anziani, tra l’altro annunciata dai giornali il giorno precedente, ma solo a patto che tra un «senior citizen» e l’altro vengano servite cinque persone «normali».

Con questa nuova norma spontanea vengo servito alle 14:50 e vengo sputato fuori dalla banca pochi minuti dopo, facendomi largo tra chi ancora sta aspettando di entrare.

Ci sono ancora centinaia di persone in coda e mentre vado per recuperare la mia bicicletta sento «Bahiya! Bahiya! Ho gaya?» («Fratello! Fratello! Hai fatto?) rivolti verso di me.

Sono il numero 146 e 148, hanno superato l’angolo dell’isolato e ora si trovano a cinquanta metri dall’entrata della banca, con almeno 70 persone prima di loro.

Mi avvicino e dico «Ho gaya, ho gaya! Thank you», «Sì, ce l’ho fatta. Grazie!».
«Acchaaa, bahut accha!» (Beneee! Molto bene!), sorridono.

Sono le 15, il 146 e il 148 sono in fila da otto ore, e mi sorridono.

@majunteo

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