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Intellettuali sul piede di guerra contro l'estremismo hindu di stato

In un mese il seme del dissenso contro l'egemonia culturale del governo in carica ha attecchito in tutte le branche del Sapere indiano, in un'unione di intenti pan-indiana che mi pare inedita nella storia recente (almeno da quando sono qui, negli ultimi cinque anni). Tira una brutta aria e tutto fa pensare che le cose per Modi possano mettersi molto male, in tempi molto brevi.

Mentre i motori della propaganda di stato giravano a pieno regime costruendo l'Indian Dream di Narendra Modi - un paese che crescerà al 7,5 per cento dove presto arriveranno vagonate di investimenti stranieri, spunteranno smart cities come funghi, l'inquinamento sarà un lontano ricordo, i fiumi-divinità saranno ripuliti, le masse rurali avranno un conto in banca dal quale attingere soldi (quali?) e tutti i villaggi del paese saranno interconnessi con una banda larga (powered by Facebook) che aprirà inedite oppotunità di lavoro e scambi di conoscenze e saperi digitali - nel sottobosco delle istituzioni indiane si facevano largo personaggi di dubbia competenza e sicura provenienza: una classe dirigente hindu e settaria che ha atteso pazientemente nei ranghi della costellazione dell'ultradestra l'arrivo del proprio turno.
Si tratta di uomini e donne in grado di plasmare l'immagine di India proiettata all'esterno, di raccontare o sostenere una parte del paese adombrandone un'altra. Quando si racconta l'India, per forza di cose, si va per riassunti, resoconti parziali che inglobano (e cannibalizzano) tutto il resto. È il giochino della «narrazione», termine abusato ma in questo caso molto preciso.

Ora, la «narrazione» di un paese passa gioco forza per le istituzioni, che decidono dove come e quando elargire fondi, sostenere ricerche, pubblicizzare lavori o, al contrario, tagliare, cancellare, censurare.  E l'opinione di numerosi intellettuali indiani oggi è che la «narrazione» del governo Modi stia spostando l'India verso un assetto monocolore, fortemente ideologico, adattato alle esigenze della dottrina estremista hindu (sottolineo estremista, qui nessuno ce l'ha con l'induismo).
Esempi? Un aumento preoccupante di violenze contro musulmani e dalit, derubricato dalle istituzioni come «sfortunati incidenti»; progressisti e razionalisti uccisi da frange di estremisti hindu poiché portatori di idee «anti-hindu»; sistematiche travisazioni della storia indiana che esaltano aspetti funzionali al nazionalismo hindu (un'immaginaria Età dell'Oro dell'India pre musulmana, cancellando la memoria dei progressi culturali, economici e artistici dell'era Moghul, ad esempio); boicottaggi, censure e ostacoli alla libertà d'espressione per tutelare la «sensibilità hindu».

In buona sostanza, oggi l'India sta diventando un paese sempre più diviso e polarizzato, con minoranze isolate e discriminate senza che il governo intervenga assumendo una posizione da mediatore, isolando gli estremismi e unendo la multiculturalità indiana attorno a valori condivisibili (come la garanzia di libertà d'espressione, la laicità, il rispetto per le diversità culturali).

A dare l'allarme, subito dopo i fatti di Dadri, sono stati gli scrittori. Seguiti a ruota da artisti, sociologi, registi, scienziati, storici,  che in massa stanno protestando per vie ufficiali contro la polarizzazione a trazione hindu del paese, riconsegnando premi assegnati in passato da istituzioni indiane nelle quali non si riconoscono più.

La protesta degli intellettuali si sta diffondendo a una velocità impressionante, prendendo le forme di un gruppo omogeneo di dissenso contro il quale il governo Modi sta, per ora, utilizzando l'arma del discredito. Per dirla all'italiana, siamo all'indianizzazione del concetto di «professoroni» che criticano gli Uomini del Fare del governo Modi.

In altre circostanze la polemica potrebbe smorzarsi, trattandosi di temi purtroppo molto lontani dalla «pancia del paese»: in India come altrove, è più complicato organizzare un movimento di protesta per la libertà d'espressione che una manifestazione contro l'aumento del prezzo delle cipolle al mercato.

Ma in questi giorni  in Bihar si stanno svolgendo delle elezioni locali dall'altissimo valore simbolico: per la prima volta da quando il Bharatiya Janata Party (Bjp) è al potere al governo federale di New Delhi, la coalizione che ha strapazzato tutti alle nazionali del 2014 in Bihar rischia di perdere una tornata elettorale, cedendo il passo a una Grande Alleanza di partiti locali - Janata Dal (United) di Nitish Kumar e Rashtriya Janata Dal di Lalu Prasad - più l'Indian National Congress.

L'ipotesi di sconfitta, mai contemplata nella grandeur del Bjp, in questi giorni sta iniziando a prendere piede, scatenando le reazioni scomposte della destra che - nelle consuete esagerazioni allegoriche della politica locale - tenta di legare l'esito delle urne in Bihar al tifo anti-indiano del Pakistan: se il Bjp perdesse, ha dichiarato il presidente del Bjp Amit Shah, in Pakistan festeggieranno coi petardi (riferimento ai tipici festeggiamenti di Diwali, in India).

In caso di vittoria della Grande Alleanza, la situazione per Modi sarebbe preoccupante: per la prima volta si profilerebbe una potenziale alternativa alla guida del paese (almeno così la racconteranno i giornali, che lo sia davvero è tutto da provare), proprio mentre la comunità intellettuale del paese è sul piede di guerra e le promesse dell'indian Dream ancora non sono state mantenute.

Potrebbe essere la fine dell'incantesimo e l'inizio di una presa di coscienza collettiva: la crescita indiana non è dominio esclusivo della destra, potrà occuparsene qualcun'altro.

Magari senza minacciare i valori pluralisti e democratici di 1,3 miliardi di persone.

@majunteo

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