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Iraq, India e rischio effetto domino

Nel caos che sta prendendo il sopravvento in Iraq sono stati sequestrati quaranta lavoratori indiani del settore edile, per quella che sarà la prima vera prova del fuoco della politica estera di Narendra Modi.

L'avazata dell'Islamic State of Iraq and the Levant (Isil) nel paese, a quanto pare inesorabilmente destinata a prendere il controllo di Baghdad ed esacerbare così una situazione già precaria e sottovalutata ampiamente dalla comunità internazionale (Stati Uniti in testa), rappresenta per l'India il potenziale inizio di un devastante effetto domino, le cui conseguenze influenzeranno gli equilibri di tutta l'area. Per capire la gravità della situazione, prima di andare ad analizzare il punto di vista indiano, consiglio la lettura di questo editoriale pubblicato qualche giorno fa su il Manifesto a firma di Gian Paolo Calchi Novati.

Veniamo all'India. Il primo problema concreto, per l'amministrazione Modi, in queste ore è assicurarsi l'incolumità e – si spera – il rimpatrio dei 40 lavoratori indiani bloccati per quanto si sa ne pressi di Mosul, centro caduto nelle mani dell'esercito "sciita" (mi scuso già da ora per le semplificazioni, se qualche lettore fosse esperto di medioriente e volesse contribuire nei commenti è più che benvenuto). I quaranta provengono in larga parte dallo stato del Punjab, il cui chief minister si è detto pronto a sostenere le spese per il rimpatrio. I quaranta, secondo le informazioni divulgate dal Ministero degli Esteri indiano, stanno tutti bene e pare si sappia anche dove sono situati. Il caso è gestito in prima persona dal ministro degli Esteri Sushma Swaraj, con puntuali aggiornamenti sulla stampa nazionale. Se il governo Modi riuscirà a portare a casa sani e salvi i propri cittadini, incasserà una vittoria diplomatica notevole a un mese e mezzo dall'insediamento, una dimostrazione muscolare che pagherà dividendi altissimi nei rapporti coi vicini musulmani. Che sono, in realtà, la prima vera preoccupazione di Delhi.

L'effetto domino di un'instabilità in Iraq, con la presa di potere di una sorta di internazionale islamica che potrebbe unire nuclei in Siria, Iraq e Iran, ha due potenziali minacce concrete per l'India.

1. Ripercuotersi sulla delicatissima situazione in Pakistan e, soprattutto, in Afghanistan, dove i talebani pakistani sono tornati in attività (e qui rimando all'analisi pregevole di Beniamino Natale, corrispondente Ansa da Pechino con dieci anni di lavoro sul campo in Asia meridionale). La caduta di Baghdad potrebbe annunciare il medesimo destino per l'Afghanistan, abbandonato dagli Usa, ed esacerbare i dissidi interni in Pakistan: criticità che l'India, geograficamente in prima linea, sarebbe chiamata ad affrontare in modo energico.

2. Occhio al portafogli, un Iraq instabile non conviene a nessuno, men che meno all'India. Delhi, nella sua atavica dipendenza energetica dall'estero, si rifornisce ampiamente di petrolio da Baghdad, con una bilancia commerciale terribilmente in passivo. Gli ultimi dati disponibili per il 2013-14 indicano che l'India importa dall'Iraq merci – greggio, principalmente – per 19,4 miliardi di dollari all'anno; le esportazioni, invece, si fermano a un misero 0,9 miliardi di dollari annui. A questa disparità si aggiunge ora il potenziale effetto sui mercati di un Iraq incontrollabile: secondo gli analisti della Federation of Indian Exports Organisations (Fieo) – citati dall'Economic Times – entro i prossimi due mesi si potrebbe verificare un incremento del prezzo del petrolio di 15-20 dollari al barile. Fanno, per l'India, 4-5 miliardi da aggiungere ai 113 preventivati per l'acquisto di petrolio dall'Iraq, oltre che un incremento dell'inflazione. Il tutto arriva a un mese dall'appuntamento parlamentare di Narendra Modi, che dovrà presentare alle camere la sua prima "legge di bilancio", fino a questo momento descritta come una manovra "lacrime e sangue". Con l'evolversi della situazione in Iraq, non potrà che peggiorare.

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