Dopo una campagna elettorale indipendente il giovane dalit Mevani ha sbaragliato la concorrenza del Bjp in un centro rurale del Gujarat. La sua proposta fondata sulla difesa dei diritti degli ultimi e sul progressismo di sinistra fa sperare in una figura nuova nella politica indiana

Dalla parziale debacle sofferta dal Bharatiya Janata Party (Bjp) di Narendra Modi nel suo Gujarat si possono trarre diverse considerazioni: la piattaforma dello sviluppo ultracapitalista su cui Modi ha costruito il proprio consenso negli ultimi anni, al fianco del tradizionale suprematismo hindu, proprio in Gujarat inizia a sfilacciarsi di fronte a risultati ampiamente al di sotto delle aspettative; il Congress, dopo anni di caduta libera a livello nazionale, può ora ripartire dalla «vittoria morale» gujarati, cercando di coinvolgere rappresentanti di minoranze etniche e religiose profondamente avverse alla retorica ultrahindu del Bjp a livello locale; il Bjp, a corto di risultati concreti da mostrare all'elettorato, tende a chiudersi nella retorica divisia del «voto su base religiosa e castale», polarizzando l'opinione pubblica con l'obiettivo di spingere la comunità hindu a un voto su base ideologica.


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Nel panorama descritto fin qui c'è però una storia in particolare che, per chi scrive, rappresenta una delle maggiori speranze per l'India di domani. La storia di successo di Jignesh Mevani, ex avvocato 37enne appartenente alla comunità dalit, eletto come candidato indipendente nella circoscrizione 11 di Vadgam, piccolo centro rurale del Gujarat occidentale.

In un contesto politico in cui emergere come leader di una comunità rimane affare strettamente legato al potere economico o «dinastico», Mevani si è fatto le ossa al fianco dell'avvocato Mukul Sinha, già difensore delle vittime dei pogrom antimusulmani del 2002 in Gujarat e punto di riferimento della sinistra progressista gujarati. Tale formazione ha permesso a Mevani di stringere rapporti di collaborazione e piattaforme di discussione con i principali animatori della sinistra giovanile indiana, in particolare col blocco della Jawaharlal Nehru University di New Delhi formato da Khanaya Kumar, Sheila Rashid e Umar Khalid, i tre leader che guidarono le proteste studentesche del 2016 contro la stretta reazionaria del Bjp.

Nel 2016, una famiglia dalit fu malmenata da un gruppo di ultrainduisti nella cittadina di Una, in Gujarat, poiché sorpresa a scuoiare il cadavere di una mucca. Per gli estremisti hindu, i dalit «impuri» avevano assassinato la mucca sacra, un delitto da pagarsi con la vita. In realtà non stavano facendo altro che adempiere alle prescrizioni del sistema castale hindu, che prevede siano solo i dalit a gestire materialmente i cadaveri animali. L'aggressione portò a proteste in tutto lo Stato da parte dell'intera comunità dalit, esausta dalle continue angherie subìte per mano di gruppi estremisti hindu vicini al Bjp: una mobilitazione che sfociò in una Marcia per la Libertà, organizzata e condotta proprio dal giovane Mevani.

Le proteste di Una convinsero Mevani della necessità di concorrere per le elezioni locali come leader della comunità dalit, cercando di portare lo scontro dalle strade al parlamento. Una missione tecnicamente impossibile per un candidato indipendente, privo dell'appoggio di potentati economici o padrini politici influenti in uno Stato in cui i due partiti nazionali - Indian National Congress e Bharatiya Janata Party - hanno sostanzialmente fagocitato tutte le istanze minoritarie conducendo campagne elettorali milionarie, funzionali alla compravendita (più o meno alla luce del sole) dei consensi elettorali.

Mevani, racconta The Wire, dopo una brevissima permanenza tra le fila dell'Aam Aadmi Party, decise di lasciare il partito «anti establishment» di Arvind Kejriwal e provare a condurre una campagna elettorale indipendente, pulita e ad ampio spettro, dove le istanze comunitarie dei dalit - in particolare il diritto alla proprietà terriera - trovava spazio al fianco di critiche più radicali allo strapotere del Bjp, equiparato da Mevani a un regime di stampo fascista.

Grazie a un crowdfunding organizzato dalla piattaforma Crowdnewsing, Mevani è riuscito a sostenere le spese della propria campagna elettorale «low-cost» anche grazie ai contributi di 522 donatori (tra cui Arundhati Roy), raccogliendo 1,8 milioni di rupie: meno di 24mila euro, ma cifra enorme considerando il veto di accettare fondi da imprese o multinazionali.

Mentre Mevani era impegnato in decine di comizi, riusciva a stringere alleanze con Aam Aadmi Party e Indian National Congress, d'accordo a prestare sostegno esterno al candidato indipendente, non presentando nessun loro candidato nella circoscrizione 11 di Vadgam.

Incarnando un mix letale per il Bjp - un candidato capace di tenere insieme il progressismo di sinistra con le istanze dalit - Mevani ha sbaragliato la concorrenza del Bjp, vincendo il proprio seggio con 20mila voti di scarto dal candidato della destra hindu. Dimostrando, nel suo piccolo, che nell'India di oggi ci può essere ancora spazio per un discorso politico nato dal basso, capace di opporre allo strapotere suprematista e ultracapitalista del Bjp una proposta fondata sulla difesa dei diritti degli ultimi e sul progressismo di sinistra.

@majunteo

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