Koh-i-Noor: il gioiello della corona britannica che rivogliono India e Pakistan

Il diamante da 105 carati è al centro di una corona di proprietà della regina Elisabetta II, in esposizione alla Tower of London. Uno dei migliaia di artefatti  soffiati dall'Impero Britannico in mezzo mondo, nel nostro caso dall'India pre indipendenza. Un gruppo di imprenditori e attori indiani sta lavorando a una richiesta formale di riconsegna, ma c'è anche un avvocato pakistano che per il Koh-i-Noor ha una fissazione: oltre 780 documenti, tra petizioni e lettere indirzzate alla corona inglese, per restituire il maltolto. Tutte ignorate, tranne una.

La storia del Koh-i-Noor (Montagna di Luce, dal persiano, secondo Wikipedia) meriterebbe un libro o un film. Estratto dalle miniere dell'attuale Andhra Pradesh, secondo le stime, intorno al tredicesimo secolo, per secoli è stato considerato il diamante più grande al mondo.

La dinastia Kakatiya, che controllava quel territorio, decise di consacrarlo a una divinità hindu, facendolo diventare l'occhio di una murti in un tempio dell'India meridionale.

Dal tredicesimo secolo in avanti, seguendo la storia del subcontinente, il dimante passò dalle mani di tutti i conquistatori dell'epoca: dinastie turche dell'Asia Centrale, impero Moghul, persiani, impero sikh fino all'Impero Britannico, che ne impossessò quando l'East India Company decise di non rispettare le volontà dell'ultimo imperatore sikh.

L'imperatore Ranjith Singh, prima di morire a Lahore (attuale Pakistan) espresse il desiderio di far restituire il diamante al tempio di Jagannath, in Orissa, tra i luoghi di culto più sacri dell'induismo; ma all'East India Company la pensavano diversamente e, morto l'imperatore Singh, «convinsero» l'erede diretto a donarlo alla regina Vittoria nel 1850. Un anno dopo, la corona inglese lo presentò ai sudditi dell'impero in un'esposizione speciale a Hyde Park.

Da allora, il Koh-i-Noor è parte integrante del patrimonio dei reali inglesi - assieme a decine di migliaia di artefatti trafugati dalle ex colonie - e al momento è in bella mostra al centro di una corona in esposizione alla Tower of London.

Lo scorso novembre un gruppo di imprenditori e attori indiani, guidati da David De Souza, ha deciso di iniziare a raccogliere fondi per finanziare una nuova petizione da depositare presso la High Court indiana, citando in giudizio l'attuale proprietaria del gioiello «rubato»: la regina Elisabetta II.

La lobby rivendica la proprietà indiana del diamante - una vicenda aperta fino dai primi anni '50 tra la nuova India indpendente e i vecchi occupanti britannici - basandosi sulla provenienza originaria del diamante grezzo, estratto da miniere situate nell'attuale Andhra Pradesh, quindi in India.

Ma il passaggio di mano del diamante, nei secoli, rende le cose più complicate del previsto. Considerando che storicamente l'ultimo proprietario subcontinentale del Kooh-i-Noor è stato l'imperatore Singh, residente a Lahore (attuale Pakistan), l'avvocato pakistano Jawail Iqbal Jayfree  da anni sta perseguendo ogni via legale possibile per reclamare il diamante e farlo tornare a casa: in Pakistan.

Jayfree, secondo il Guardian, avrebbe indirizzato oltre 780 lettere sia alla corona inglese sia alle autorità competenti pakistane, nel tentativo di aprire un procedimento legale che costringa la regina Elisabetta a rispondere del «furto» operato dai suoi predecessori.

Documenti tutti invariabilmente ignorati - o respinti dai giudici pakistani, l'ultimo lo scorso 4 dicembre - tranne uno: una lettera che, pare, sia stata presa in carico dal segretario personale della regina e consegnata ad Elisabetta II. Che non ha ancora risposto.

Nel 2010 il primo ministro David Cameron aveva dichiarato che il diamante non sarà mai riconsegnato all'India e «se ne starà fermo» nel Regno Unito.

@majunteo

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