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L'accordo globale sulle emissioni dipenderà dall'India

A pochi giorni dall'inizio delle trattative al Cop21 di Parigi emerge con chiarezza che la partita per raggiungere un accordo serio e globale passerà dalla capacità degli Usa di convincere l'India ad ammorbidire la propria posizione intransigente sul «diritto all'emissione nociva». Diritto che spetterebbe, secondo New Delhi, a tutti quelli che hanno bisogno di crescere, e inquinare.

Narendra Modi è riuscito a ritagliarsi una posizione centrale nel summit sui cambiamenti climatici in corso a Parigi.

L'India è oggi informalmente riconosciuta come la portavoce del gruppo di paesi in via di sviluppo che dall'accordo che - si spera - si raggiungerà dopo le trattative.

Da un lato i paesi sviluppati, alcuni più fiaccati di altri dagli strascichi della crisi, puntano a una soluzione fredda e aritmetica basata sull'oggi, mettendo nel computo delle variabili per l'accordo esclusivamente il livello di inquinamento per nazione dell'oggi e quello previsto per il domani.

Un approccio che, secondo i paesi in via di sviluppo che trovano voce nella delegazione indiana, viene reputato assolutamente iniquo. Chi ha inquinato ieri, secondo l'India, non può imporre barriere a chi sta crescendo ora.

E se davvero l'intento globale è «salvare il pianeta», allora i paesi sviluppati dovranno mettere mano al loro portafogli e «aiutare» gli altri a crescere inquinando meno.

In un articolo dell'Hindustan Times sul tema si fa riferimento a una proposta di contributi dai paesi sviluppati agli altri per un totale di 100 miliardi di dollari all'anno entro il 2020, compreso trasferimento di tecnologie verdi per permettere ai «paesi poveri» di continuare a crescere, inquinando meno.

Il tutto, riprendendo stralci programmatici pubblicati dal New York Times, indurendo la trattativa a Parigi e fissando come punto non negoziabile la libertà, per i paesi in via di sviluppo, di continuare ad inquinare "ancora un po'".

Il Times magnifica molto il «feeling» che ci sarebbe tra Obama e Modi, riportando dichiarazioni caute sulla capacità del presidente Usa uscente di «convincere» Modi ad aprire uno spiraglio di trattativa: l'India non può esentarsi dal contribuire, almeno in parti consistenti, allo sforzo collettivo di inquinare meno e, soprattutto, non può pensare che il proprio sforzo sarà sovvenzionato in così larga misura dai soldi dei paesi sviluppati.

La speranza del Times e degli Usa è che l'India ammorbidisca la propria posizione e si creino i presupposti per un accordo che faccia contenti tutti, soprattutto a livello d'immagine. Modi ha l'arduo compito di dover far coincidere gli umori locali in India - riassumibili in «ora cosa vogliono questi che hanno inquinato a go go fino all'altroieri e vengono qui a decidere che noi dobbiamo crescere meno secondo regole che prima non esistevano» - col maggior ruolo che New Delhi vorrebbe svolgere nella comunità internazionale. Partendo proprio dall'energia, con l'ufficializzazione dell'International Solar Alliance che dovrebbe avere sede proprio in India.

Se l'intercessione statunitense avrà successo, sarà possibile pensare a un accordo più o meno serio. In caso contrario, l'India potrebbe far saltare il banco senza soffrire alcuna ripercussione nella politica nazionale, che è quella che a Modi davvero interessa.

Non sarebbe la prima volta.

@majunteo

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