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La exit strategy di Wal Mart

Due anni fa, quando la mitica crescita indiana iniziava a mostrare le prime battute d'arresto, il governo Singh aveva pensato fosse opportuno aprire il mercato del retail a compagnie straniere. Io ti do un sacco di potenziali acquirenti, tu mi aiuti a risollevare l'economia e costruire infrastrutture. Ecco, le cose non sembrano andare secondo i piani.

 

Il patto era stato stipulato in questi termini: l'India avrebbe aperto posizioni di mercato a multinazionali della rivendita come Wal Mart e Tesco, ammorbidendo le rigorose regole di protezionismo indiano che ne fanno oggi, tra burocrazia da incubo e oggettivi handicap infrastrutturali, uno dei mercati meno vibranti - parafrasando il buon Modi - tra i paesi emergenti. Basti pensare che mentre in India i competitor stranieri nel settore occupano solo il 5 per cento del mercato, nella fu comunista Cina viaggiamo intorno al 20, in Brasile oltre il 35.

Tra le righe del progetto di apertura si intravedeva la volontà di potenziare la spina dorsale dell'economia indiana - costruire ponti, strade e realizzare una dannata catena del freddo che eviti lo spreco del 25 per cento dei prodotti ortofrutticoli, marci ancor prima di essere venduti - usando i soldi delle multinazionali, obbligate a comprarsi un biglietto per operare all'interno dell'India versando subito 100 milioni di dollari nelle casse di Delhi, una sorta di tassa per le infrastrutture che verranno, e impegnandosi a rifornire i propri punti vendita per almeno il 30 per cento della merce da produttori indiani. Senza dilungarmi qui, avevo affrontato la questione in diversi articoli, qui e qui ad esempio.

La proposta era stata accolta dall'opinione pubblica con uno sciopero nazionale: India paralizzata e l'opposizione nazionalista a urlare contro il governo dell'italiana pronto a svendere il paese allo straniero, anche se i paletti imposti da Singh in verità costringevano Wal Mart e simili a realizzare punti vendita solo in una cinquantina di metropoli, lasciando di fatto intatta la costellazione di kirana shop (più o meno i nostri droghieri) che operano nella stragrande maggioranza del territorio, rurale e non.

Dopo una battaglia in parlamento e un rimpasto di governo per sopperire al ricambio di partiti disposti a dare la fiducia al Congress (fuori gli anticomunisti bengalesi del Trinamool, dentro i "socialisti" per tutte le stagioni della dinastia Yadav, che controllano l'Uttar Pradesh), l'apertura del retail passa, seppur edulcorata nell'applicazione, lasciando che siano i governi locali a decidere se ospitare o meno i nuovi centri commerciali occidentali che sarebbero sorti in futuro.

Delhi, in sostanza, aveva fatto la sua parte. Ora toccava a Wal Mart, finalmente nelle condizioni di entrare nel mercato indiano al 100 per cento, dopo mesi e mesi di lobbying.
In settimana Wal Mart Asia ha invece annunciato che non solo la joint venture con l'indiana Bharti - l'escamotage col quale operava in India tramite la catena di supermercati Best Price - era giunta al termine, ma che anche il progetto ambizioso di aprire "centinaia" di punti vendita in India veniva sospeso a tempo indeterminato. Per un motivo molto semplice, come ha spiegato Scott Price, responsabile Asia per Wal Mart, ad Abc:

"Non capisco come possiamo rifornirci per il 30 per cento da queste piccole e medie imprese indiane [...] Non possiamo aprire nessun punto vendita se non ci atteniamo a queste regole impraticabili."

Ovvero: in India non ci sono condizioni infrastrutturali per un margine di profitto appetibile e immediato, e se pensate che veniamo noi coi nostri soldi a risolvere i vostri problemi, forse ci avete scambiato per una onlus.

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