La prima intervista del primo ministro Modi alla tv indiana

È andata in onda lunedì 27 giugno ed è a suo modo un evento storico, considerando che il primo ministro indiano in oltre due anni di mandato non aveva mai rilasciato un'intervista televisiva a un canale indiano. Il «fortunato» intervistatore è stato Arnab Goswami, volto di spicco del gruppo Times Now noto per il suo approccio scalmanato alla conduzione di tribune politiche ad altissimo coefficiente decibel. Più che intervista, trattasi di propaganda: un'ora e mezza di domande deboli e accomodanti che Modi ha sfruttato brillantemente, riaffermando la sua posa da saggio statista, senza che una sola domanda minacciosa provasse a far traballare l'idillio (e gli indiani, di Modi intervistato in tv, hanno un ricordo di tutt'altro genere).

 In due anni di governo Narendra Modi ha sistematicamente evitato dibattiti pubblici, conferenze stampa o interviste - al di fuori della modalità «ti mando le domande tu rispondi quando hai tempo» - dentro e fuori il territorio indiano. Una modalità di gestione della comunicazione comune a quasi tutti i leader internazionali che Modi ha saputo portare al livello superiore, riuscendo a non reagire a mezzo stampa nemmeno quando monta la polemica: sia sulle istanze della discriminazione religiosa, sia quella sessuale, sia sui pogrom, sulle violenze sessuali, sulle dichiarazioni bigotte e antidemocratiche di diversi esponenti del suo partito, alla stampa famelica di una parola chiara da parte del primo ministro Modi ha sempre opposto un silenzio ostinato, in attesa che la burrasca passasse e potesse continuare a condurre una comunicazione diretta con la popolazione attraverso i social network o il suo programma/proclama alla radio nazionale, Mann ki baat.

Per questo l'intervista televisiva andata in onda lunedì scorso durante il programma Frankly Speaking di Arnab Goswami segna un momento storico nel secondo anno Dopo Modi, e ha concentrato le attenzioni di tutto il paese, ansioso finalmente di sentire dalla viva voce del premier la reazione alle domande ostinate e velenose per cui Goswami si è guadagnato una fama nazionale. Solitamente le interviste di Goswami si valutano coi metri della boxe, contando i punti andati a segno e gli effetti delle mazzate che il conduttore fende con una violenza verbale un tempo rara nell'India molto «british» del giornalismo televisivo. I bagni di sangue di Goswami sono ormai entrati di diritto nella tradizione del giornalismo televisivo indiano, come si può ben vedere in questo video qui sotto.

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Con sorpresa di quei pochi che ritengono Goswami un giornalista a schiena dritta e non, opinione assai più diffusa, un viso televisivo ultrapatriottico che ha fatto delle urla la cifra del proprio stile giornalistico, l'ora e mezza di intervista con Modi ha mostrato un Goswami inedito, mansueto, in versione zerbino davanti al massimo rappresentante del Potere nell'India contemporanea.

Il video integrale dell'intervista potete vederlo qui sotto, con sottotitoli in inglese, mentre qui c'è la trascrizione integrale della puntata.

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In definitiva, si è trattato di un lunghissimo spot elettorale in cui le domande di Goswami - al 99 per cento concordate con l'ufficio del primo ministro - davano l'opportunità a Narendra Modi di mostrare un leader umile ma determinato nel votare la sua opera di governo «ai poveri», facendo sfoggio dei numerosi programmi varati dal governo - apertura di conti correnti per tutti, stimoli alla creazione di occupazione, campagne per la pulizia del paese, lotta alla corruzione - che prima o poi certamente daranno i risultati sperati.

Alternando le domande alle lodi per le qualità oratorie di Modi, Goswami ha portato sul piatto temi apparentemente scottanti ma, alla prova dei fatti, brillantemente aggirati dalle risposte elusive di Modi.

Su tutti, il tema delle carestie che come ogni anno stanno mettendo in ginocchio gli agricoltori indiani, in coppia con l'aumento dei prezzi del comparto alimentare. Un dramma ciclico che Modi riesce prima a imputare alla forza della natura - «quando ci sono delle carestie così grandi, non possiamo farci niente» - ma che, quando presenta i programmi di ottimizzazione delle risorse idriche messi in campo dal proprio governo, assicura saranno risolti presto. 

Passando per la dicotomia di «India paese buono» che è riuscito a mettere all'angolo il «Pakistan cattivo» grazie alla propria politica del dialogo, Modi riesce senza alcuna fatica ad appropriarsi del merito di aver fatto entrare l'India nella Shanghai Cooperation Organization e nel Missile Control Technology Regime (due obiettivi che anche le passate amministrazioni avevano nel mirino), mentre per il fallimento di fare entrare il paese nel Nuclear Suppliers Group - la Cina non era d'accordo - Modi presenta un elemento di continuità negli sforzi delle amministrazioni precedenti e di quella attuale, rimandando il successo al futuro. In breve: «ce l'ho fatta» contro «non ce l'abbiamo ancora fatta, come gli altri».

Infine, sul lato più personale, il premier si è detto «impaurito» ad usare un tono ironico nelle sue dichiarazioni, incolpando i media di voler sempre estrapolare frasi per usarle contro i politici. Un'ammissione di vulnerabilità che fa il paio con la retorica dell'Uomo Nuovo della politica, un outsider che da un giorno all'altro entra nella grande giostra della politica internazionale da perfetto sconosciuto. Almeno così si descrive Modi, rimuovendo - per l'ennesima volta - il fardello storico dei pogrom in Gujarat del 2002, per il quale era tanto noto all'estero da vedersi respinta per due volte la domanda di ingresso negli Usa quando era chief minister.

Una macchia indelebile che se Modi ha tutto l'interesse di ignorare, il pubblico indiano si ricorda ancora molto bene, specie parlando di interviste televisive. 

Nel 2007 Modi, allora chief minister del Gujarat, accettò un'intervista televisiva sul canale Cnn-Ibn, in un programma condotto dal giornalista Karan Thapar. L'intervista durò sette minuti, il tempo che Modi impiegò per decidere di abbandonare lo studio per evitare di rispondere alle domande di Thapar relative al massacro di Godhra.

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Senza bisogno di andarsene, grazie alle domande mancanti di Goswami, Modi ha potuto non affrontare una serie di temi molto interessanti per il pubblico e la comunità internazionale: non una parola sulle tensioni intercomunitarie tra hindu e musulmani (spesso sobillate da colleghi di partito di Modi o da gruppi dell'ultrainduismo vicini al Bjp); non una parola sulla mancanza cronica di occupazione; non una parola sulla sempre minore libertà d'espressione nel paese né sugli scandali che hanno coinvolto membri del governo (in particolare sul suicidio dello studente dalit Rohith Vemula).

Su Times Now è andata in onda l'India immaginata. Per quella reale, confidiamo nel futuro.

@majunteo

 

 

 

 

 

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