La revolución continua - e fallimentare - di Kejriwal

Approfitto dell'ultimo effetto speciale di Arvind Kejriwal per fare un po' il punto sulla grande illusione rappresentata dall'Aam Aadmi Party (Aap). Spinto come possibile "terza via" fuori dalla storica dicotomia Congress-Bjp, si è rivelato un clamoroso buco nell'acqua.

 

Complice anche una narrazione molto epica e americanizzata di questa campagna elettorale, tutta slogan social network friendly e "scontri finali" à la Hollywood, il partito della società civile Aap ha fatto buon gioco ai media nazionali e internazionali per mettere un po' di pepe in uno scontro elettorale altrimenti ampiamente scontato.

Nella disaffezione generale verso i partiti tradizionali, il partito nato da una costola del movimento anti corruzione indiano era riuscito, a parole e nell'India urbana, ad attrarre un'apparente buona dose di votanti disillusi, pronti a scommettere sulla novità e sulla freschezza di una formazione politicia piena di facce nuove provenienti dall'accademia, dal settore privato, dalla cosiddetta "società civile". Lo strapotere che Modi ha confermato di saper esercitare sulle masse rurali, almeno nelle sacche privilegiate delle metropoli indiane - secondo gli estimatori di Aap - avrebbe trovato in Arvind Kejriwal del filo da torcere.

Qui a Delhi, ad esempio, molti studenti universitari di sinistra hanno attivamente fatto campagna elettorale per tirare la volata di Aap, il "meno peggio" nel parco opzioni offerto nel 2014, a detta loro.

In passato avevo esposto già le mie critiche circa un movimento "di disturbo", incapace di governare - come il ridicolo governo di 49 giorni nella capitale Delhi ha ampiamente dimostrato, fatto per cui oggi Kejriwal si è scusato coi suoi elettori - ma utile ad agitare le acque, sollevare problematiche reali come corruzione e connivenze tra politica e imprenditoria, ma ancora immaturo e troppo  - e solo - "moderno": campagne online, streaming, uso dei social network, senza una struttura di attivismo vecchio stampo capace di intercettare i bisogni e le istanze della stragrande maggioranza dell'elettorato indiano, residente nelle zone rurali e senza accesso - o dimestichezza - ai moderni mezzi di informazione e propaganda.

Nella continua ricerca di un posto al sole della copertura giornalistica nazionale, Kejriwal ha utilizzato a ripetizione espedienti platealmente provocatori (scioperi della fame, sit-in di protesta, toni aggressivi, accuse urlate in conferenza stampa), consolidando l'idea di un leader buono a  cavalcare l'indignazione, meno ad occuparsi attivamente dei problemi concreti di questo paese.

Come extrema ratio, Kejriwal aveva sfidato apertamente Narendra Modi a candidandosi contro il leader del Bjp nella circoscrizione di Varanasi, alimentando il tam tam dello "scontro all'ultimo sangue". Dati alla mano, Kejriwal è stato polverizzato da Modi, che si è aggiudicato quel seggio con uno scarto di 300mila voti.

Il risultato totale raggiunto da Aap a livello nazionale è stato decisamente al di sotto delle aspettative: solo quattro seggi, tutti in Punjab, il che significa che la strategia della rivoluzione continua ha fallito, spingendo i titubanti delle grandi metropoli tra le braccia di Modi. Delhi ad esempio, che pochi mesi fa era quasi equamente divisa tra Congress Bjp e Aap, oggi è interamente controllata dal partito di destra hindu, che ha vinto in tutte le circoscrizioni.

Oggi, mentre il paese loda - in gran parte - e teme - una piccola minoranza - l'inizio del governo Modi, Kejriwal si è presentato davanti ai giudici per l'ultima udienza del processo che lo vede accusato di diffamazione ai danni di Nitin Gadkari, ex presidente del Bjp, al quale Kejriwal aveva dato del ladro.

Davanti alla Corte, Kejriwal ha spiegato di non aver alcuna intenzione di pagare la cauzione di 10mila rupie fissata per il procedimento penale. Inamovibile anche davanti alle insistenze dei giudici, il leader di Aap è stato quindi trasferito nel carcere di Tihar - nei pressi di Delhi - dove risiederà fino a lunedì.

"Motivi ideologici" spiegano i suoi collaboratori ai media, "ad Aap siamo pronti ad andare in carcere per le nostre idee, non è questione di soldi". Strategia che pensano ancora possa pagare, evidentemente.

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