La rivolta dei Patel: quando il neoliberismo genera e galvanizza mostri

Hardik Patel, 22 anni, è il leader del movimento di protesta che ha portato per le strade del Gujarat la casta dei Patel, base elettorale del Bharatiya Janata Party (Bjp) di Narendra Modi. Hardik (usiamo il nome per creare meno confusione, si chiamano tutti Patel) e i suoi vogliono che il sistema delle reservation, una misura di quote fisse governative per l'accesso alla pubblica amministrazione e alle università pubblice, includa anche la loro casta nel gruppo delle Other Backward Classes (Obc), le caste "svantaggiate" che possono usufruire delle quote; oppure che l'intero sistema, attivo da oltre un secolo, venga dismesso, così da lasciar decidere "il mercato". Eppure, è proprio "il mercato" il problema, ma la minaccia per Modi arriva dalle frange della destra estrema, una volta fedeli.

Le manifestazioni della scorsa settimana - di cui mi sono occupato per Il Manifesto qui e qui, come riferimento per capire meglio il tema di questo post - possono essere descritte in due modi: o una banale rivolta su base castale, che si innesta nello scontro tra caste con radici extra socioeconomiche; oppure come lo sfogo di un sentimento di abbandono e ingiustizia venuto improvvisamente a galla poiché interessa una base di voto (i Patel) tradizionalmente piuttosto benestanti e vicinissimi al partito di governo in India.

Io ho scelto la seconda, considerando il movimento dei Patel il primo grande segnale d'allarme per il premier Narendra Modi: una spia che si è accesa la scorsa settimana e che, se il movimento di protesta non fosse nelle mani di un ragazzino un po' esaltato senza alcuna idea di come muoversi nella politica indiana, rischierebbe di creare fratture anche irreparabili nel tessuto elettorale della destra indiana.

Ma torniamo indietro a un anno fa, quando la Modi Wave spazza la concorrenza politica indiana (inesistente, con un Indian National Congress ombra dell'ombra di ciò che fu) e si insedia al governo centrale di New Delhi con un progetto molto chiaro: aprire il mercato, incentivare gli investimenti stranieri, fare dell'India la nuova fabbrica del mondo utilizzando la campagna Make in India, di cui abbiamo parlato svariate volte in questo blog.

La promessa, all'elettorato indiano, era quella di offrire una soluzione omnicomprensiva ai problemi (molti) del paese, utilizzando il denaro che sarebbe arrivato dall'estero, sotto forma di contratti e nuovi poli industriali, per modernizzare il paese e migliorare lo status socioeconomico e la qualità della vita di tutta l'India. Sempificando, chiamiamolo Indian Dream.

Il pacchetto dell'Indian Dream ha avuto un successo enorme, in termini di marketing, permettendo a Modi di fare il pieno alle scorse elezioni nazionali, sostenuto da un elettorato trasversale e variegato: caste alte, ricchi, caste basse, poveri, estremisti hindu, hindu moderati, una fetta di musulmani, giovani urbani e rurali. Ad ognuno di questi gruppi era stato promesso: votate me e vedrete che le cose miglioreranno, per ognuno di voi.

Ma la strategia economica con cui Modi ha ammaliato l'elettorato nazionale - e molti osservatori all'estero - si poggia su un sistema neoliberista pericoloso, soprattutto innestato in una realtà del lavoro che in India è quasi esclusivamente informale: si abbassano le tutele dei lavoratori e dell'ambiente (già pressoché inesistenti) per far ingolosire i grandi investitori, si vendono le terre dei contadini lasciando spazio a immaginari poli industriali che non se ne fanno nulla della nuova manodopera non specializzata lasciata senza lavoro. Problemi non nuovi che già emergevano nelle strategie economiche della passata amministrazione dell'Inc.

A un anno di distanza, l'economia fatica a ripartire, nel paese non si riscontra ancora (senza sorpresa) un miglioramento sensibile della qualità della vita o una spinta nell'impiego, sempre più giovani si affacciano al mercato del lavoro e trovano la porta sbarrata. Ma se fino a qualche settimana fa le resistenze arrivavano solo dagli "ultimi",  che non hanno la forza politica o sociale di far sentire la loro voce (spesso non sono rappresentati o, quando lo sono, la loro rabbia viene incanalata in proteste strumentali, di calcolo puramente politico sul breve termine), ora coi Patel il risentimento minaccia di estendersi a livello nazionale. E per Modi è un problema non da poco.

I giovani Patel guidati da Hardik, come dimostrano i numerosi ritratti pubblicati in questi giorni dalla stampa locale, bazzicavano da tempo gli ambienti dell'ultrainduismo paramilitare: in questo pezzo di Firstpost si accenna al movimento guidato da Hardik che ha preceduto quello attuale, il cosiddetto Sardar Patel Group (Spg), una sorta di milizia armata pronta a soccorrere le "proprie" donne hindu in caso di molestie (più precisamente, se vengono "toccate") ad opera di altre comunità (musulmane, perlopiù).  Le modalità d'azione dell'Spg prevedevano la frattura delle mani dei colpevoli.

Hardik annovera tra i propri riferimenti politici sia Sardar Patel (prima simbolo dell'Inc, ora sfilato dal pantheon del partito dei Gandhi diventando icona desemantizzata della destra) sia il deceduto neonazista hindu dichiarato e leader del Shiv Sena Bal Thackeray, fino ad arrivare a Bhagat Singh, rivoluzionario comunista anch'egli desemantizzato nella retorica della destra indiana, alla quale interessa solo il ruolo che ebbe nella lotta per l'indipendenza. Un miscuglio di riferimenti puramente nozionistici, nomi da sparare in conferenza stampa senza avere una minima idea approfondita delle loro idee, escluendo forse solo l'ex leader del Shiv Sena, antimusulmano come lo stesso Hardik.

Partendo da questo impianto di violenza e risentimenti su base castale, Hardik ha intenzione di salvare la comunità dei Patel dagli effetti del neoliberismo (senza saperlo). I Patel, 12 milioni in Gujarat a macchie benestanti e migranti in Occidente ma in larga maggioranza piccoli proprietari terrieri legati al settore agricolo e monopolisti del mercato dei diamanti grezzi, si sono ritrovati schiacciati dalle politiche del Modello Gujarat. Un sistema che vende le loro terre e non offre impiego in linea con le aspirazioni generazionali di ventenni che non vogliono finire come i propri genitori a tagliare diamanti nei workshop domestici, esporsi alle insicurezze del lavoro informale o, peggio, finire i propri giorni nell'India rurale: vogliono lavori d'ufficio, vogliono fare soldi, vogliono vivere l'Indian Dream che hanno "comprato" votando alle scorse elezioni e che ora viene loro negato dagli stessi politici che hanno contribuito ad eleggere.

Stando così le cose, i giovani Patel vedono il resto delle caste svantaggiate superarli attraverso il sistema delle reservation nei lavori (sicuri e decentemente remunerati) della pubblica amministrazione e nelle ammissioni universitarie, rispolverando antichi attriti inter-castali che diventano il capro espiatorio perfetto per sfogare la propria rabbia: in mancanza di un'analisi approfondita delle dinamiche del mercato del lavoro, come chi in Italia urla contro l'invasione migrante che viene in Italia a "rubarci il lavoro", i Patel puntano il dito contro le Obc, pretendendo di essere inseriti nelle corsie agevolate d'impiego garantite dalle quote governative.

Lo scaricabarile castale è, sul breve termine, un modello perfetto per racimolare consensi facili e - questo è  ciò che preoccupa Modi - è facilmente esportabile fuori dal Gujarat: in ogni stato indiano le divisioni castali sono state mantenute e incentivate per essere risvegliate al momento opportuno, quando si presenta la necessità di raccogliere voti o consensi per fare pressioni sul governo del momento. E questo è precisamente ciò che minaccia il giovane Patel, senza rendersi conto di giocare col fuoco, quando domenica scorsa ha partecipato a un summit dei principali rappresentanti di casta a New Delhi e ora si prepara a un tour del Maharashtra che potrebbe potenzialmente incendiare la politica nazionale.

E ora arriviamo alla domanda delle domande: com'è possibile che in un sistema politico dove Modi non vede alcun avversario degno di preoccupazione, in uno stato come il Gujarat nel pieno controllo del Bjp (che lo governa da quattro mandati consecutivi), un ragazzino confuso come Hardik Patel possa guadagnare uno spazio di manovra politico così ampio nel giro di un mese? Il dubbio, lecito, è che dietro al fantoccio Hardik si nascondano le frange ultrainduiste più insofferenti a questo nuovo Modi in versione "grande statista pan indiano", visto come leader sempre in giro per il mondo, lontano dai problemi della "ggente". Gente come Pravin Togadia, leader della Vishwa Hindu Parishad (Vhp), movimento ultrainduista molto forte in Gujarat (col quale lo stesso Hardik intrattiene rapporti più o meno oscuri) che ha visto diminuire enormemente il proprio peso politico nazionale e all'interno del Bjp, egemonizzato da Modi e dai suoi uomini (come Amit Shah, presidente del partito).

La minaccia incendiaria di un ritorno della destra ultrainduista, pronta a mettere il cappello sulla protesta dei Patel, è reale e seria. Se non sarà tenuta sotto controllo da Modi (non immagino come, a questo punto), segnerebbe la fine dell'Indian Dream e sarebbe un colpo fatale inferto alla carriera politica del leader messianico che l'India credeva di aver trovato.

@majunteo

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