Lo storytelling del governo Modi

Da alcuni giorni è in corso la sessione monsonica dei lavori parlamentari, dove la maggioranza sarebbe dovuta riuscire a far passare la controversa legge sull'acquisto dei terreni, della quale avevamo già parlato qui diversi mesi fa. Ecco, i lavori al parlamento sono come da radizione bloccati dallo scambio di accuse di corruzione e malaffare tra maggioranza e opposizione, un grande classico dell'attività parlamentare indiana. Nel frattempo però l'esecutivo guidato da Modi, apparentemente un carro armato delle riforme dove gli screzi interni erano banditi, inizia a mostrare le crepe di un gruppo variegato e mal assortito quando il pugno di ferro del capo Modi latita.

All'apparenza questa storia può sembrare un compendio di beghe interne piuttosto noioso, ma date retta che in fondo le cose si fanno più interessanti. Stamattina il quotidiano The Hindu rende conto dei rapporti tesi che correrebbero tra due pesi massimi della politica indiana, entrambi al governo con Narendra Modi: il ministro delle finanze Arun Jaitley e quello degli interni Rajnath Singh.

Il primo è considerato capofila dell'ala più "progressista" della destra indiana, un "liberista" - diremmo noi - deideologizzato col compito di attuare riforme economiche e di apertura del mercato che possano attrarre gli investimenti stranieri. Il secondo, ex presidente del Bharatiya Janata Party (Bjp), è invece il punto di riferimento al governo della Rashtriya Swayamsevak Sangh (Rss), gli estremisti hindu parafascisti tutti identità, orgoglio, ordine e islamofobia.

I due sarebbero ai ferri corti, accusandosi a vicenda di mettersi i bastoni tra le ruote nei rispettivi compiti: Jaitley deve mostrare un'India più aperta, moderna e al passo coi paesi occidentali, pronta ad accogliere le - auspicate - frotte di investitori stranieri che dovrebbero prendere d'assalto il mercato indiano; Singh, per contro, deve applicare il rigore e il controllo sulla sfaccettata indiana, piena di minoranze etniche, gruppi di contestatori, scandali e polemisti pronti a mettere sul banco degli imputati l'inazione del governo.

Portare avanti i due compiti, simultaneamente, non è operazione semplice. E infatti Jaitley lamenta il piglio di chiusura dovuto alle operazioni di Rajnath Singh, che in un anno e una manciata di mesi di governo è riuscito a bloccare la visione del documentario India's Daughter sulle tv nazionali indiane (mentre il mondo, India compresa, se lo vedeva milioni di volte su Youtube) e a bloccare la partecipazione all'asta per le frequenze dell'emittente Sun Tv, accusata di mettere a repentaglio la sicurezza nazionale a causa di indagini che ne coinvoglono il presidente (inviso al Bjp, casualmente, mentre i politici e industriali indiani indagati si contano a decine).

Messaggi che raccontano un'India molto più chiusa di quella sbandierata fuori dai confini nei vari tour promozionali di Narendra Modi e nei meeting di alto livello a cui partecipa Jaitley. Un'India che non piace molto agli investitori stranieri, racconta Jaitley al The Hindu, che già si lamentano per la mancata chiarezza nelle riforme del regime fiscale indiano, nel mancato passaggio in parlamento della legge sull'acquisto dei terreni e nel ritardo nella spinta per riforme del mercato finanziario.

Al di là dei litigi interni, inizia a emergere il problema della distanza tra l'India reale che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno dentro i confini, e quella da mondo fatato magnificata dalla propaganda di Modi. Per dirla con parole terrificanti e moderne, c'è un problema di storytelling: l'India raccontata dal governo cozza sempre di più con l'India raccontata dai media che, nonostante un allineamento quasi totale sulle posizioni di Modi, ancora soffiano sul fuoco della polemica, non ultimo il Lalit Modi Gate, scandalo che vede invischiati pezzi grossi del Bjp fino alla ministra degli esteri Sushma Swaraj, sul quale il Congress sta dando battaglia in parlamento (leggi: sta bloccando i lavori urlando richieste di dimissioni).

Torna quindi l'elemento del racconto, in una politica contemporanea che vede i governi (anche quello indiano) bypassare i media conducendo un dialogo diretto coi propri elettori utilizzando forme di comunucazione 2.0 di stampo propagandistico: gli annunci su Youtube, i tweet, le campagne su Facebook. E i giornali a inseguire, maneggiando materiale studiato a tavolino dal team di public relation del governo senza poter fare quello che sarebbe il proprio lavoro: fare domande, mettere in discussione, indagare.

Sintomatica, in questo senso, la condotta del premier Modi, che non rilascia alcuna intervista, non partecipa a dibattiti, evita dichiarazioni su ogni caso controverso, continuando nella politica degli annunci che i media riprendono acriticamente come "notizie".

Ai pochi che non lo fanno vengono mostrati i limiti entro i quali è consentito fare il proprio lavoro. Come racconta Scroll.in, due giorni fa il presidente del Bjp Amit Shah ha lamentato il comportamento di "una parte" dei media nazionali, colpevoli di "diramare falsità e malignità" contro il governo. Il giorno dopo, una circolare del ministero degli interni (guidato da Rajnath Singh) diramata ai funzionari di ogni livello ha annunciato che, d'ora in avanti, il flusso di informazioni dal ministero ai media sarà gestito unicamente dal portavoce del ministero, in conferenze stampa organizzate nella Media Room della sede ministeriale.
Al resto dei funzionari è impedito parlare con la stampa.

Una circolare a difesa dello storytelling.

@majunteo

ARTICOLI CORRELATI

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

GUALA
GUALA