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Mahindra compra Pininfarina: quando l'India compra le teste italiane

Dopo due anni di trattative la dirigenza del gruppo Mahindra, con sede a Mumbai, e quella dello storico marchio di design Pininfarina, con sede a Torino, hanno raggiunto un accordo per l'acquisizione del 76 per cento delle azioni del brand torinese. A un prezzo stracciato. Se per Mahindra si tratta di un colpaccio sul lungo termine, per Pininfarina è stata una questione di sopravvivenza, dopo un periodo da incubo finanziario che ora i capitali indiani promettono di far finire.

Qui di seguito proveremo a raccontare la vicenda togliendo tutti i riferimenti nostalgico-sciovinistico-passatisti tipo «l'Italia perde un gioiello» o «adesso gli indiani si comprano tutto», in primis partendo da un presupposto che reputiamo importante: le operazioni di acquisizione a questo livello e in questi termini non devono essere utilizzate come cartina al tornasole dell'economia indiana né, tantomeno, come spunto per raccontare la situazione del mercato del lavoro - che rimane gravissima, altroché la manodopera «sindacalizzata» e  i «costi salariali più alti» di cui blatera Federico Rampini su Repubblica, da New York, parlando di India - in un paese che sta andando, a livello istituzionale, proprio nella direzione opposta (cerca capitali di altri che vengano investiti in India, non investe capitali suoi all'estero) a quella che andiamo a descrivere qui sotto.

Il gruppo Mahindra - nato come casa produttrice di trattori, jeep e motociclette, ma che da alcuni anni vuole «andare global» e consolidarsi sul mercato internazionale puntando su innovazione e IT - da due anni aveva messo gli occhi su Pininfarina, che sulla pagina di Mahindra viene descritta come «leggendaria casa di ingegneria e design italiana».

La trattativa si è chiusa lo scorso weekend, risultando in un colpaccio per il presidente Anand Mahindra, che attraverso la controllata Tech Mahindra (guidata da CP Gurnani) ha chiuso un affare da quasi 26 milioni di euro: tanto è stato valutato il 76 per cento delle azioni di Pininfarina, con uno sconto del 74 per cento sul valore di mercato aggiornato all'11 dicembre scorso. La «svendita» è dovuta allo stato di enorme difficoltà in cui la compagnia di Torino versava da anni, sommersa da debiti quantificati al momento dell'accordo a 47,4 milioni di euro.

Debiti che, secondo quanto anticipato dalla stampa internazionale, Mahindra si impegna a ripianare offrendo una copertura di 114,5 milioni di euro - per risanare Pininfarina -  aggiungendoci una ricapitalizzazione di altri 20 milioni di euro entro la fine del 2016. L'affare, dopo essere passato al vaglio delle rispettive istituzioni italiane e indiane, dovrebbe chiudersi entro la prima metà del 2016.

Nel frattempo Mahindra si preparerà a lanciare un'Opa per il resto delle azioni, pare lasciando una quota intorno all'1 per cento alla proprietà precedente, che continuerà ad essere sotto il controllo di Paolo Pininfarina (nipote del fondatore Battista), che rimarrà presidente.

Nelle conferenze stampa tenutesi a Torino, Mahindra ha ripetuto più volte di non avere alcuna intenzione di spezzettare Pininfarina o, peggio, di prosciugarla tenendosi il marchio e spostando le attività in India.

E in effetti sarebbe follia pura, considerando che l'acquisizione del marchio di design punta precisamente all'accaparrarsi le idee e lo «stile» - passatemi il termine - che ha reso grande Pininfarina nel mondo (dalla progettazione delle Ferrari in giù).

Idee che non si possono delocalizzare dove costano meno, ma si possono acquisire ora che in Pininfarina non credeva più nessuno; ora che specie nel mercato automobilistico il design viene sviluppato da personale interno alle case produttrici e non viene più appaltato agli specialisti come Pininfarina.

Mahindra, che vuole buttarsi sul mercato dei paesi sviluppati, ha bisogno proprio del contrario: avere una fucina di idee e «stile» che incontri il gusto «occidentale» e applicarlo alle proprie produzioni fatte in India - dove la manodopera non costa niente, qualcuno avverta Rampini - scrollandosi di dosso il taglio estetico buono per il subcontinente e, in misura minore, per i paesi in via di sviluppo sudamericani.

Per questo Pininfarina e Mahindra sono d'accordo su un punto centrale: la produzione di Pininfarina rimarrà in Italia.

In un'intervista alla Stampa, edizione di Torino, lo stesso Paolo Pininfarina ha dichiarato:

Oltre al grazie i lavoratori vorranno anche una certezza per il proprio futuro. Gliela può dare?

«Sì certo. Voglio che sia chiaro che Pininfarina rimane italiana. Io resto al mio posto e lo stesso il management. Adesso andiamo ancora avanti verso nuovi traguardi, verso un nuovo futuro. Andiamo avanti con l’auto, ma anche con il designer globale non automotive che sta crescendo a ritmi enormi nel mondo e non solo in Europa e negli Usa dove noi già siamo presenti, ma in Paesi dove vivono miliardi di persone che vogliono cose belle e dove noi ancora non siamo».

Stessa convinzione che viene presentata sulla stampa indiana, come in questo articolo dell'Economic Times:

Industry experts believe that acquiring Pininfarina's capabilities would help TechM break into the auto designing segment where work has typically been done in-house or given to specialised European houses.

Almeno questo succederà nel breve termine, scongiurando la possibilità di una chiusura definitiva dello storico marchio italiano. Sul medio dipenderà molto dai risultati del rilancio di Pininfarina nel mercato internazionale: che sarà fatto coi soldi indiani di Mahindra, in mancanza di altri investitori dal pedigree occidentale disposti a scommettere sul know how italiano del quale andiamo tanto fieri.

@majunteo

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