Il rinvio dell'udienza per la nuova proroga della licenza di Massimiliano Latorre potrebbe essere interpretato come un segnale positivo. Ma non di apertura.


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Nella tarda mattinata di ieri il giudice della Corte suprema H.L. Dattu si è auto-ricusato, disponendo che la decisione circa una nuova proroga del permesso concesso a Latorre per ragioni di salute fosse rimandata a domani, mercoledì 14 gennaio, quando un'altra sezione della Corte suprema valuterà il caso.

Dattu, durante l'udienza, ha chiarito di non potersi pronunciare sulla questione poiché, davanti a un'analoga richiesta di petizione avanzata dai legali dei due marò lo scorso dicembre, aveva "espresso delle riserve". Il 16 dicembre gli avvocati di Latorre e Girone avevano tentato di presentare due petizioni per rimandare il ritorno del primo in India (fissato per il 13 gennaio, oggi, scadenza – pare – sospesa in attesa del verdetto di domani) e permettere al secondo di passare le vacanze di Natale in Italia con la famiglia.

Entrambe le petizioni non arrivarono nemmeno al vaglio della Corte, poiché in una valutazione informale prima della presentazione effettiva dei due documenti, lo stesso Dattu – irritato – chiarì che richieste del genere non sarebbero prese in considerazione "da nessuna Corte al mondo" e che il sistema legale indiano non poteva permettersi trattamenti di favore che avrebbero creato dei precedenti giuridici (ovvero: accordare dei permessi a due imputati per omicidio).

Il rinvio è stato interpretato e presentato diversamente sulla stampa italiana e indiana. In Italia, Vincenzo Nigro (sul suo blog ospitato da Repubblica) si è sbilanciato considerando il gesto di Dattu come la prova del funzionamento del dialogo diplomatico tra Roma e New Delhi, dopo le battute d'arresto precedenti.
Sul Corriere di oggi, per contro, l'ex ambasciatore italiano in India Antonio Armellini ne dà una lettura diametralmente opposta, insistendo sull'accanimento nello stillicidio operato dai continui rinvii della Corte suprema.

È interessante però, come solito, sentire anche la campana indiana. Il Times of India, ad esempio, oggi presenta la decisione di Dattu – che è il Chief Justice of India, cioè il giudice più importante di tutto il paese, nominato direttamente dal presidente della Repubblica – rappresenta l'adozione "dei più alti standard di equità – un imputato non deve pensare che il giudice sia prevenuto nei suoi confronti".

In quest'ottica, il rinvio di Dattu assume un carattere tutto istituzionale, a difesa dell'autorevolezza della Corte suprema indiana.

La mia impressione è che i binari di giustizia e politica indiani, nel caso dei marò, corrano paralleli senza interferire l'uno con l'altro. Anzi, la posizione di Dattu ribadisce la separazione dei ruoli sbandierata dal governo di New Delhi: la giustizia fa il suo corso, indipendente, fino a che non esaurisce il suo compito (che, al momento, è decidere chi ha la giurisdizione del caso); solo dopo possiamo sederci a un tavolo e vedere come uscire da questo casino.

Il tutto succede  nella sostanziale latitanza del primo ministro Narendra Modi, solitamente molto presenzialista negli affari di politica estera, ma che della faccenda dei marò ha deciso di non occuparsi mai in prima persona. Il perché se ne tenga alla larga - oltre alla scarsa rilevanza per gli equilibri nazionali indiani che Armellini, giustamente, sottolinea nella sua lettera al Corriere - è una condizione sulla quale la diplomazia italiana farebbe bene a riflettere. E le cose, nel futuro prossimo, non miglioreranno. Tra poco si tornerà alle urne per il governo locale della capitale New Delhi, appuntamento preceduto dalla prima festa della Repubblica indiana (26 gennaio) dell'Era Modi, che vedrà la partecipazione di Barak Obama come ospite d'onore. Insomma, Modi avrà altro a cui pensare per almeno due mesi e le possibilità che si spenda in prima persona per il caso Enrica Lexie sono vicine allo zero.

Tutto è rimandato a domani, davanti a una diversa sezione della Corte suprema, che valuterà la nuova petizione redatta – secondo indiscrezioni – nel modo più scarno possibile. La richiesta di proroga del rientro di Latorre in India dovrebbe essere generica, senza una data di scadenza. Quella, in caso di esito positivo, la deciderà la Corte e sarà la misura in giorni della buona volontà del sistema legale indiano.

@majunteo

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