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Modi rivoluziona, di nuovo, il mercato indiano: apre tutto

Nella mattinata di lunedì 20 giugno il governo indiano ha annunciato una sorta di «fase 2» delle riforme di apertura economica intraprese dall'amministrazione Modi in questi ultimi due anni. Un'opera rivoluzionaria decisa a trasformare l'India da mercato semi-aperto a completamente aperto, pronto a sfruttare le potenzialità della pioggia di investimenti stranieri che Modi auspica di attrarre sempre di più.

L'annuncio parla di una nuova spinta in avanti verso l'apertura degli investimenti diretti stranieri (Foreign direct investments, di seguito Fdi), cioè la benzina che dovrebbe continuare a far correre la locomotiva indiana.

Fino al novembre del 2015 in diversi settori dell'economia indiana vigeva un tetto del 49 per cento di Fdi, ossia una compagnia straniera poteva entrare nel mercato indiano a patto di mantenere una partecipazione di minoranza all'interno di una joint venture con un partner indiano: una condizione che rappresentava un disincentivo per molti investitori, poco inclini a mettere i propri soldi in operazioni di mercato che poi non avrebbero potuto pienamente controllare, in aggiunta a una serie di precondizioni «fastidiose» per i capitani di ventura del mercato globale (il trasferimento delle tecnologie alla controparte indiana, ad esempio, assieme ai brevetti).

A un primo rilassamento dei «lacci e lacciuoli» nel 2015, lunedì 20 giugno è seguita una seconda fase che, secondo il governo indiano, dovrebbe proiettare il paese verso nuovi traguardi, dando una spinta alla creazione di «nuovi posti di lavoro» e all'arrivo di «nuovi investimenti».

Reutersrilievo particolare alla riforma per le conseguenze positive che dovrebbe avere sull'entrata nel mercato indiano di Apple, che potrà finalmente aprire i propri Apple Store, ed Ikea. Ma le modifiche si applicheranno anche a settori strategici come l'aviazione civile e la difesa - quest'ultimo a lungo «protetto» dai governi precedenti.

La manovra, ha twittato Modi, fa ora dell'India «l'economia più aperta del mondo», vanto che qui ci riserviamo di mettere in dubbio in attesa di ulteriori verifiche più serie.

Nel weekend la ministra degli esteri Sushma Swaraj aveva dato conto del bilancio estremamente positivo del paese nella campagna per l'attrazione di Fdi: negli ultimi due anni, secondo i dati governativi, sono arrivati in India ben 55 miliardi di dollari privenienti dall'estero, un incremento del 45 per cento rispetto all'ultimo biennio della precedente amministrazione dell'Indian National Congress (Inc).

La prima analisi a caldo che ci sentiamo di fare è questa. Modi, a poco più di due anni dall'inizio del mandato, sta seguendo precisamente il percorso di liberalizzazione dell'economia indiana attorno al quale si sviluppa tutta la sua opera di governo. Un'apertura che è economica e politica, perseguita andando a «vendere» incessantemente il marchio «India» all'estero, conscio che una ripartenza duratura del paese può realizzarsi - secondo il proprio «imprinting» ultracapitalista - solo con gli investimenti provenienti dall'estero. Per farli arrivare, Modi sta rendendo l'India un paese dove sia più «facile» investire, offrendo condizioni vantaggiose per gli investitori e, per contro, svantaggiose per i grandi gruppi locali, che con l'entrata di nuovi competitor vedranno incrinarsi la propria posizione di monopolio all'interno del mercato indiano.

Gli esiti di questa campagna saranno da misurarsi nei mesi - o anni - a seguire, valutando se l'entrata di nuovi investimenti si tradurrà effettivamente in un miglioramento delle condizioni della popolazione indiana o se, come temono i detrattori di Modi, l'arrivo degli «stranieri» avrà un effetto «estrattivo» per l'India, che senza le protezioni garantite dal governo potrebbe diventare preda del mercato, più che cacciatrice.

@majunteo

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