Morire di superstizione

Ieri una coppia di sicari in motocicletta ha ucciso Narendra Dabholkar, 69 anni, medico in pensione e strenuo oppositore di quelle che generalmente sono indicate dalla stampa indiana come "superstizioni", l'insieme delle tradizioni e pratiche tra il religioso e il magico che tanto affascinano chi si avvicina all'India partendo dall'occidente.

 

Non avevo mai sentito parlare di Dabholkar, attivo principalmente nella città di Pune (Maharashtra) e promotore di un disegno di legge anti-superstizione per contrastare legalmente la galassia di imbonitori che in India ha trasformato la religione e la fede in una televendita a ciclo continuo di Wanna Marchi. Se la legge possa mai avere qualche influenza nel cambio di mentalità delle masse indiane è tutto da dimostrare: perennemente bloccata dalle claque conservatrici del Maharashtra, non è stata mai nemmeno discussa nel parlamento locale.

I contorni della battaglia di Dabholkar che emergono dalla copertura dei media ne fanno un uomo-simbolo della battaglia tra razionalismo e scienza contro superstizione e tradizioni, terreno scivolosissimo: criticare l'establishment religioso hindu, dai bramini ortodossi ai sadhu, spesso viene giudicato in India come un attacco all'identità nazionale, si diventa anti-indiani.

L'attivista tentava però un approccio di buon senso, laico, nel tentativo probabilmente utopistico di scindere la componente mistico-religiosa dalle norme di condotta e interazione sociale di tutti i giorni. In un ricordo di Dabholkar pubblicato sul quotidiano Indian Express, un suo ex collega all'università di Pune (che ha preferito rimanere anonimo) ha scritto: «Mentre [Dabholkar] non è stato il primo a utilizzare un approccio razionalistico per capire i rituali e le pratiche popolari, è stato sicuramente tra i primi a legare queste pratiche allo sfruttamento delle masse».

La leva mistico-religiosa in India è un potente strumento di creazione del consenso ed affermazione dell'autorità costituita, sempre abile nel farsi raffigurare come anello di congiunzione tra il potere materiale (la politica, l'imprenditoria) e le istanze della tradizione religiosa viste come elemento identitario della società indiana post-coloniale.

In nome della religione una parte consistente dell'India ha sacrificato un percorso - auspicabile - di emancipazione femminile, eguaglianza sociale, integrazione e multiculturalismo, consapevolezza ambientale e medica, libertà dell'individuo. Una tendenza che Dabholkar, assieme a tanti altri attivisti in tutto il Paese, ha tentato di invertire utilizzando la scienza e la conoscenza per scardinare una serie di credenze "magiche" come il sacrificio di animali, la preveggenza, l'astrologia, il potere soprannaturale di maghi e sadhu che in contesti di ignoranza si sostituiscono, ad esempio, al medico.

In decine di articoli ed attività di sensibilizzazione sul campo, Dabholkar ha spiegato i principi fisici che permettono di camminare sui carboni ardenti, le conseguenze disastrose dell'immersione degli idoli hindu nei corsi d'acqua, la non scientificità dei vaticini degli indovini, il pericolo di mettere la propria vita nelle mani della superstizione in cambio di laute offerte che perpetrano la ricchezza e l'infulenza di sedicenti santoni e delle loro cricche di potere.

Senza sconfinare nell'ateismo e nella negazione della religione in toto, la battaglia veniva condotta in termini culturali: svelare i trucchi dell'oppio dei popoli e di chi trae arricchimento o potere dal mantenimento delle masse in un'ignoranza mistica usata a fini spiccatamente materiali. Una crociata che, negli anni, gli procurò una fitta schiera di nemici, dall'estremismo hindu legato ai conservatori del Bjp ai gruppi di potere castali.

Gli assassini di Dabholkar si cercano ora tra quei gruppi, quella fetta di India per cui la magia e la superstizione degli altri significano soldi, controllo e potere.

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