Myanmar pensa a un futuro senza Rohingya

Washington prepara sanzioni contro i militari responsabili della pulizia etnica. E i birmani vanno in strada a manifestare a favore dell'esercito. Che a parole lavora per accogliere il rientro dei profughi, ma sta già riassegnando le terre lasciate dai Rohingya in fuga.

Rifugiati Rohingya attraversano un ponte di bambù per passare dal Myanmar al Bangladesh.REUTERS/Hannah McKay
Rifugiati Rohingya attraversano un ponte di bambù per passare dal Myanmar al Bangladesh. REUTERS/Hannah McKay

Domenica 29 ottobre a Yangon, la città più grande del Myanmar, si è tenuta una manifestazione a favore dell'esercito regolare birmano, da mesi sotto la lente della comunità internazionale per le violenze registrate nello stato del Rakhine ai danni della comunità Rohingya. Secondo quanto riportato da Associated Press, oltre duemila persone hanno sfilato per le strade della città birmana a sostegno delle forze armate, in un corteo formato anche da monaci buddhisti e dai cosiddetti «nazionalisti buddhisti», una sorta di alt-right birmana che sovrappone all'identità nazionale quella della religione buddhista, automaticamente squalificando il resto delle minoranze etniche o religiose come i Rohingya, a maggioranza musulmana.

Meno di una settimana fa, gli Stati Uniti avevano per la prima volta espresso pubblicamente l'ipotesi di sanzioni economiche mirate contro esponenti della giunta militare birmana. In un comunicato diramato dal dipartimento di Stato americano, come riporta Al Jazeera, l'amministrazione Trump esprimeva «la più grande preoccupazione circa i recenti eventi nello stato del Rakhine e dei violenti e traumatici abusi subìti dai Rohingya e da altre minoranze etniche». In risposta a tale situazione, il dipartimento di Stato sta valutando le opzioni disponibili all'interno dell'assetto giuridico statunitense in materia di violazione dei diritti umani per sollevare sanzioni economiche - si parla ad esempio di congelamento dei conti correnti - contro le persone o organizzazioni «responsabili» della pulizia etnica in corso nel Rakhine. Washington, in virtù della transizione democratica in corso in Myanmar, nel 2016 aveva sollevato tutte le precedenti sanzioni economiche in vigore dal 1997.

Con più di 600mila rifugiati Rohingya fuggiti in Bangladesh dal 25 agosto ad oggi, il governo birmano e quello bangladeshi hanno recentemente trovato un accordo per formare un «joint working group» col compito di fermare l'influsso di Rohingya in Bangladesh e coordinare il rimpatrio dei profughi. Un proposito in linea con la versione dell'esercito birmano, ufficialmente ben lieto di agevolare il ritorno in Myanmar dei Rohingya fuggiti e già impegnato in operazioni umanitarie a sostegno dei Rohingya rimasti nel Rakhine.

La bontà delle intenzioni dell'esercito e del governo birmano continua a destare più di qualche dubbio, a partire dalle presunte «operazioni caritatevoli» pubblicizzate dalle autorità birmane con servizi fotografici che ritraggono soldati dell'esercito intenti a distribuire provviste ai Rohingya del Rakhine, territorio tutt'ora off limits per stampa e organizzazioni umanitarie internazionali. Secondo diversi rifugiati Rohingya intervistati dal quotidiano bangladeshi Dhaka Tribune, gli aiuti umanitari raccontati dalle autorità birmane non sarebbero altro che propaganda governativa: una volta scattate le fotografie, i militari si riprendevano gli aiuti e lasciavano i villaggi senza nulla.

Sull'ipotesi di un ritorno in sicurezza nelle proprie terre pendono invece i progetti del governo locale del Rakhine relativi alla riclassificazione dei terreni abbandonati da Rohingya in fuga. Tin Maung Swe, segretario del governo del Rakhine, ha spiegato all'Asian Nikkei Review che il ministero degli interni birmano sta già riassegnando le terre del Rakhine per uso agricolo o per la realizzazione di nuovi villaggi che saranno costruiti da chi è rimasto nel Rakhine. Gli eventuali profughi di ritorno non potranno riprendere possesso delle loro terre poiché «questa non è la loro terra, non ne sono i veri proprietari, è proprietà della nazione, dei nostri avi e noi non ci rinunceremo mai», ha dichiarato il segretario.

Pare chiaro che il Myanmar stia già pensando al futuro. Un futuro che non comprende la comunità Rohingya.

@majunteo

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