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Narendra Modi a muso duro contro il Pakistan

Il primo ministro indiano, a una settimana dall'attentato alla base militare indiana di Uri, Kashmir, ha pronunciato un discorso pubblico al vetriolo accusando apertamente il governo di Islamabad di incentivare il terrorismo in Asia meridionale. Un discorso che segna un cambio di rotta deciso nei rapporti tra India e Pakistan.

 

Nella giornata di sabato Narendra Modi, solitamente abile nel defilarsi da prese di posizione nette su argomenti sensibili, ha sciolto un silenzio che durava da una settimana, esprimendosi nel merito dell'attentato alla base militare di Uri, Kashmir, dove quattro terroristi probabilmente provenienti dal Pakistan ha ucciso 19 militari.

L'attacco, il più sanguinoso ai danni delle truppe indiane su suolo indiano nella storia recente, ha scosso l'opinione pubblica locale e dato la stura a numerosi appelli - specie dai media più spostati a destra - per una risposta militare dura all'ennesima provocazione pakistana (che Islamabad però, ovviamente, nega). Dopo sette giorni di accuse dirette al governo pakistano mosse ufficialmente dalle seconde linee dell'esecutivo (dal ministro degli interni Rajnath Singh ai vertici militari, e oggi si attende l'intervento della ministra degli esteri Sushma Swaraj all'Onu), Narendra Modi è «sceso in campo» dando la linea definitiva. Ed è una linea di apparente intransigenza.

Modi ha esordito dicendo che «c'è un solo stato in Asia che esporta il terrorismo negli altri paesi», sfidando poi il popolo pakistano a combattere contro l'India: «Faccio appello alla popolazione pakistana, che facciano un passo avanti e combattano contro chi sta sconfiggendo la disoccupazione, la povertà, l'analfabetismo. Vedremo chi vincerà...». 

L'attacco di Modi a Islamabad è a tutto tondo, citando anche il Kashmir (che il Pakistan, secondo Modi, vorrebbe occupare, ma che non sarebbe nemmeno in grado di controllare territori che ha già «catturato», come il Balochistan e il Gilgit; la posizione ufficiale pakistana, in realtà, spinge per un referendum che permetta ai kashmiri di decidere da che parte stare, in linea con le richieste avanzate da diverse branche del movimento indipendentista kashmiro in India) e la presunta carenza di volontà, da parte del popolo pakistano, di combattere chi, all'interno dei propri confini, sponsorizza il terrorismo.

In un passaggio, ad esempio, Modi si spinge fino a paragonare la condizione di India e Pakistan, entrambi indipendenti dal 1947: una, l'India, esporta software, mentre i leader Pakistan «esportano terrorismo».

Le dichiarazioni di Modi, inusualmente dirette e minacciose, mostrano un cambio di strategia netto nei confronti del Pakistan. Questione annosa sul tavolo dei primi ministri indiani dal 1947 ad oggi, all'inizio del proprio mandato Modi aveva provato a smussare le tensioni tessendo un dialogo col primo ministro pakistano Nawaz Sharif, considerato un interlocutore moderato in grado di iniziare un percorso di disgelo tra i due stati. All'epoca si parlava di «nuova stagione» nei rapporti tra New Delhi e Pakistan, evento che in India fece emergere diverse critiche ai danni dello stesso Modi, giudicato troppo «buono» o ingenuo. Da sabato scorso pare le cose siano cambiate radicalmente.

In un articolo dell'Economic Times si legge infatti che i consiglieri più vicini a Modi abbiano incoraggiato una nuovo corso nei rapporti col Pakistan in quattro punti:

1. Adottare politiche più aggressive nei confronti del Pakistan

2. Escludere l'opzione di dialogo col governo pakistano, che si è dimostrato inefficace, e quindi abbandonare la «two track policy» (dialogo tra governi da un lato, dialogo tra vertici militari dall'altro).

3. Concentrarsi sulla risposta alla sfida militare lanciata dal Pakistan

4. Mettere in allerta le truppe al confine

Quattro punti che non lasciano intendere nulla di buono per il futuro dell'area (ma, secondo chi scrive, siamo lontanissimi da un conflitto vero e proprio da India e Pakistan, non facciamo allarmismi superficiali...).

 

@majunteo

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